RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, GOVERNO ALLE PRESE CON IL NODO PRESCRIZIONE MA È NECESSARIO AUMENTARE LE RISORSE

Una delle prime sfide da affrontare per l’Esecutivo giallo-rosso sarà la riforma della giustizia.

Il 12 settembre, il Ministro Bonafede e il suo predecessore, Andrea Orlando, si sono incontrati per capire cosa mantenere del Ddl presentato dal Guardasigilli durante il primo governo Conte e che aveva suscitato forti perplessità da parte della Lega.

La crisi di governo aveva fatto saltare il banco sulla riforma che il titolare di via Arenula aveva elaborato. Del progetto presentato da Bonafede, resta in piedi l’entrata in vigore, il 1° gennaio 2020, della riforma della prescrizione, prevista dalla legge Anticorruzione, approvata nel dicembre 2018 e meglio conosciuta come “Spazzacorrotti”.

La nuova agenda della giustizia del Conte bis riparte proprio da qui.

L’istituto della prescrizione, come stabilito dall’articolo 157 del Codice penale, poi modificato dalle legge n. 251/2005, prevede che un reato sia estinto e che, quindi, il procedimento che lo riguarda abbia fine “decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalle legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e quattro se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria.”

Trascorso un certo periodo di tempo, il reato non può più essere perseguito e chi è sospettato di averlo commesso non è più processato.

Il senso della norma si rifà alla convinzione che, dopo un determinato numero di anni, non sia più nell’interesse della collettività perseguire alcuni reati oppure che non ci siano le condizioni per farlo.

La riforma che entrerà in vigore nel gennaio 2020, prevede il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado, indipendente dall’esito di condanna o assoluzione. I penalisti saranno chiamati a confrontarsi con una prescrizione del reato che non potrà più maturare in Appello o in Cassazione.

I detrattori della riforma temono che i tempi della giustizia possano allungarsi ulteriormente mentre i sostenitori ritengono che lo stop alla prescrizione serva ad evitare che i processi vengano cancellati a causa di lungaggini studiate a tavolino mediante ricorsi oppure richieste di rinvio, lasciando impunito chi è sospettato di aver commesso un reato.

Quel che è certo è che gli effetti della riforma ricadranno sugli organici degli uffici giudiziari, già messi a dura prova da scoperture e carenze notevoli.

Il blocco della prescrizione, metterebbe a rischio soprattutto l’efficienza degli uffici di grado superiore con esiti disastrosi sulle corti d’appello che vedrebbero dilatarsi a dismisura i carichi di lavoro, con la conseguente impossibilità di celebrare i processi.

Si stima che con l’entrata in vigore della riforma, saranno circa 30mila i processi penali prescritti. Non solo.

Il Ministero della Giustizia ha reso noto che, nel 2018, i procedimenti finiti in prescrizione in Corte d’Appello e Cassazione sono stati 29.862. Dal 2016 al 2018, le prescrizioni sono calate del 14%, passando da 136.888 a 117.367 ma in appello sono aumentate del 12%.

Lo stop alla prescrizione dopo il primo grado, avrà conseguenze su tutto il territorio nazionale ma in maniera disomogenea. Le percentuali di archiviazione dei procedimenti, infatti, variano a seconda della Corte d’Appello.

In difficoltà, distretti come Torino e Venezia dove la prescrizione riguarda il 40% dei procedimenti definiti ma anche Catania (37,8%) e Roma (36%). Situazione diversa per Milano, Lecce, Palermo e Caltanissetta dove la percentuale dei procedimenti prescritti sfiora appena il 10%.

Il tutto con buona pace del principio della ragionevole durata del processo, ritenuto uno dei parametri attraverso il quale viene misurata l’efficienza della risposta giudiziaria alla domanda di giustizia.

Per gli avvocati penalisti, la prescrizione non è la patologia da combattere ma la conseguenza di un sistema di inefficienze di cui la nostra giustizia è ostaggio da tempo e a farne le spese è proprio il principio costituzionale del giusto processo.

Secondo Giandomenico Caiazza, Presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, l’abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio rappresenta un vulnus profondo ai principi costituzionali del giusto processo: la prescrizione è istituto di garanzia, necessario anche per determinare la ragionevole durata del processo, a tutela non solo dell’imputato ma anche della persona offesa”.

Per i magistrati, il blocco della prescrizione consente di salvare il lavoro fatto dal giudice in primo grado ma è solo la tessera di un puzzle da inserire in una cornice più ampia, che necessita di essere accompagnata da ulteriori interventi, finalizzati ad accelerare lo svolgimento dei processi.

Quindi, si ritorna al punto di partenza e cioè agli uffici giudiziari che, con la riforma della prescrizione, saranno oberati di lavoro. Del resto, un processo per essere giusto deve essere anche calibrato nella sua durata ma per ottenere un simile risultato serve personale qualificato.

L’unico elemento comune che mette d’accordo detrattori e sostenitori del blocco della prescrizione è che, comunque, c’è bisogno di risorse qualificate.

Coloro che ritengono che la riforma non porterà altro che l’allungamento dei processi, pensano, e a ragione, che a farne le spese saranno gli uffici giudiziari e, pertanto, chiedono più personale per scongiurare il rischio di paralisi nei tribunali e nelle corti d’appello.

D’altro canto, i sostenitori, reputano che sia giusto preservare il lavoro dei magistrati in primo grado ma giudicano indispensabile che la riforma venga sorretta da ulteriori misure e, tra queste, c’è l’assunzione di nuove risorse.

A questa conclusione era giunto anche il Ministro Bonafede quando, con il precedente governo giallo-verde, aveva iniziato a predisporre la sua riforma della giustizia.

Abbiamo fissato la prescrizione al gennaio 2020 in modo tale da avere un anno di tempo per fare due cose importanti. Una, cominciare a far andare a regime gli investimenti che stiamo facendo sulle assunzioni di magistrati e dei cancellieri e l’altra intervenire sul processo penale per velocizzarlo”, dichiarava nel dicembre 2018 il Guardasigilli ai microfoni di Rai News 24. Erano i giorni in cui in Parlamento si discuteva una complicata legge di Bilancio e si vantava uno straordinario piano di assunzioni da 500 milioni di euro.

Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Quel piano assunzionale programmato da via Arenula, è ufficialmente finanziato e autorizzato ma il suo iter procede a rilento e il Ddl elaborato da Bonafede sulla riforma della giustizia, presentato a fine luglio in Consiglio dei Ministri, è stato rispedito al mittente dalla Lega. Altri tempi.

Ora c’è un altro Esecutivo e la discussione sulla giustizia, riparte proprio dalla riforma della prescrizione, unica certezza rimasta in piedi di tutto il lavoro svolto da Bonafede durante il precedente governo. Anzi, le certezze sono due perché c’è anche un importante piano assunzionale a cui dare concretezza con tempi rapidi e certi e che sta alla base di tutto.

Comunque la si pensi, la prescrizione del reato deve essere affrontata anche attraverso altre vie. Servono soprattutto risorse umane e una migliore organizzazione giudiziaria.

Mi piace sottolineare che il miglioramento della giustizia passa attraverso tutti gli operatori del diritto, dal Ministero, al cancelliere, ai magistrati, agli avvocati e a tutti coloro che ogni giorno si recano in tribunale e lavorano per il miglioramento del sistema giustizia.” Queste le parole del Guardasigilli, il 22 giugno 2018, alla presenza dei vertici del Consiglio Superiore della Magistratura, dell’Associazione Nazionale Magistrati e del Consiglio Nazionale Forense.

Crediamo, dunque, che sia il caso di ripartire proprio dai fondamentali.

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