SBLOCCO DEL TURNOVER, IL MINISTRO DADONE ANNUNCIA 500MILA ASSUNZIONI NEL PROSSIMO TRIENNIO. LA GIUSTIZIA IN ATTESA DI RISORSE PER RIPARTIRE

Il 15 novembre prossimo lo sblocco del turnover per ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici sarà una realtà. Dopo anni di sbarramenti, in ottica spending review, cadono gli ultimi paletti al ricambio del personale nella pubblica amministrazione.

È trascorso quasi un anno da quando Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio della maggioranza penta-leghista, nel corso di un’informativa sulla manovra economica 2019, resa a Palazzo Madama il 19 dicembre 2018, dichiarava che per le amministrazioni centrali veniva disposto un rinvio della presa di servizio degli assunti al 15 novembre 2019 ma limitato alle assunzioni derivanti del turn-over ordinario dell’anno precedente.

Un provvedimento di non poco conto e che non mancò di suscitare aspre polemiche sul fronte politico e sindacale.

La percezione di molti fu che, nonostante in quella legge di bilancio si parlasse di crescita e di opportunità di lavoro per i giovani, in realtà, si intendesse sacrificare sull’altare del reddito di cittadinanza migliaia di assunzioni che avrebbero dato una nuovo volto alla pubblica amministrazione.

A meno di un anno dall’approvazione della manovra 2019, il governo è alle prese con la legge di bilancio 2020 ma, stavolta, la maggioranza non è più quella giallo-verde e, a Palazzo Vidoni, al posto di Giulia Bongiorno c’è Fabiana Dadone che, nei giorni scorsi, ha annunciato numerose assunzioni per il prossimo triennio.

Si stima che dal prossimo anno saranno assunte circa 150mila persone in 12 mesi. I numeri rispondono proprio al turnover tornato al 100% in tutti gli uffici pubblici.

Un’ondata di assunzioni per far fronte anche ai prossimi pensionamenti, complice l’effetto Quota 100, per il quale si è deciso di prorogare le graduatorie dei concorsi pubblici in scadenza in modo da poter attingere direttamente dalle liste degli idonei.

Al turnover ordinario si aggiungono gli ingressi extra, finanziati con le passate manovre. Complessivamente, entro la fine del 2022, si dovrebbe arrivare a 450/500mila assunzioni.

Quella che ha in mente la Dadone è una pubblica amministrazione giovane, dinamica, trasparente, digitalizzata e al passo con i tempi. In poche parole una pubblica amministrazione efficiente. Un’idea che non si distanzia molto da quella della Bongiorno che, con il precedente governo, l’aveva preceduta alla guida del dicastero.

L’ex Ministro ha sempre sostenuto che le risorse umane fossero di fondamentale importanza per rafforzare la nostra pubblica amministrazione.

Sua la legge n. 56/2019 del 19 giugno, sugli interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni che all’art. 3 prevede misure per accelerare le assunzioni e dispone che le amministrazioni dello Stato possono procedere “a decorrere dall’anno 2019, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 100% di quella relativa al personale di ruolo cessato nell’anno precedente”.

Sempre l’art. 3, comma 4, lettera a), specifica che, al fine di ridurre i tempi di accesso al pubblico impiego, le amministrazioni dello Stato e gli enti pubblici possono procedere “all’assunzione a tempo indeterminato di vincitori e allo scorrimento delle graduatorie vigenti, nel limite massimo dell’ 80% delle facoltà di assunzione previste…”. Come dire che se le graduatorie ci sono, e pure i soldi, si può assumere fin da subito.

La Bongiorno, non solo da ministro ma soprattutto da avvocato, ha sempre creduto che l’efficienza della pubblica amministrazione fosse anche quella della giustizia e la stessa certezza vale anche per la Dadone.

Non a caso, appena insediata a Palazzo Vidoni, ha voluto incontrare il Guardasigilli Bonafede per parlare proprio di sostegno alla giustizia, con investimenti sul personale e il giusto riconoscimento alle professionalità del comparto.

Nel corso dell’incontro è stata confermata la collaborazione tra i due dicasteri e la Dadone ha voluto sottolineare come un sistema giudiziario efficiente rappresenti “un obiettivo fondamentale per il buon funzionamento dello Stato, per la tutela di diritti, le prerogative dei cittadini e persino per la crescita economica del Paese”.

Per portare avanti un programma così ambizioso le tempistiche saranno fondamentali ed è proprio qui che cominciano i problemi perché, dobbiamo dircelo, le tempistiche rapide, o quanto meno ragionevoli, soprattutto a fronte di un sistema giudiziario sempre più vicino al collasso, non sono mai state il pezzo forte di questa amministrazione.

Nel giugno scorso, Via Arenula ha pubblicato i risultati di uno studio dal quale emerge il ritratto di un sistema giudiziario lento, farraginoso e costantemente in preda ad una cronica inefficienza.

Al primo posto nella classifica dei peggiori tribunali italiani c’è quello di Patti dove, anche senza nuovi procedimenti, ci vorrebbero 1.193 giorni per smaltire il pendente mentre a Vallo della Lucania, già nota alle cronache per le gravi carenze di personale amministrativo, per smaltire i procedimenti pendenti occorrono circa 1.037 giorni che paragonati ai 118 di Aosta e ai 152 di Rovereto danno l’idea dell’enorme divario fra i tribunali del nord e quelli del sud.

Quello che lo studio non evidenzia, invece, è che la causa principale delle lungaggini del nostro sistema giudiziario è la carenza degli organici, aggravata dalla revisione della geografia giudiziaria del 2012 e dall’inadeguatezza delle piante organiche che, ad oggi, il Ministero della Giustizia non ritiene necessario rimodulare.

Le risorse servono per scongiurare la totale paralisi di ogni attività amministrativa degli uffici giudiziari ma, evidentemente, si preferisce temporeggiare. L’unica graduatoria di cui Via Arenula dispone è quella per il profilo di assistente giudiziario.

Ebbene, finora, dati del Ministero alla mano, su 4.915 idonei che compongono la suddetta graduatoria, 3.386 sono già entrati in servizio, 414 dei quali a luglio e, da allora, ci sono ancora 400 ragazzi in attesa.

Il Ministro della Giustizia ha ribadito più volte che faranno il loro ingresso negli uffici giudiziari entro la fine di quest’anno ma la fine del 2019 è ormai vicina e non c’è ancora un’indicazione sui tempi della loro convocazione. Non è certamente così che si può pensare di riformare il nostro sistema giudiziario.

Il funzionamento della giustizia, sia civile che penale, è essenziale soprattutto per lo sviluppo economico del nostro Paese ma spesso non si considera che questi due aspetti sono strettamente collegati.

Fino a quando non avremo una giustizia che funziona, difficilmente ci saranno imprenditori disposti ad investire i loro capitali nella nostra economia ma, affinché ciò sia possibile, è indispensabile che lo Stato metta in campo tutti gli strumenti necessari per consentire alla giustizia di funzionare bene.

Non basta scrivere buone norme perché la giustizia migliori ma bisogna prevedere un apparato organizzativo che permetta a quelle stesse norme di essere attuate.

Le risorse finanziarie, umane e materiali ci sono, quello che manca è l’ultimo passaggio, quello determinante, che consenta di tradurre le parole e gli investimenti in fatti e azioni concrete.

I faldoni accatastati nei corridoi, negli scantinati e, persino, nei bagni dei tribunali sono una testimonianza plastica di un’amministrazione della giustizia che non funziona e, di fronte alla quale, gli addetti ai lavori e i cittadini chiedono risposte e tempi certi.

Lo sblocco del turnover insieme alla disponibilità di strumenti normativi e amministrativi nonché di quella di risorse qualificate, rappresentano presupposti fondamentali per far ripartire il nostro sistema giudiziario.

Quello che serve c’è già, bisogna solo agire e tradurre tutto questo in fatti.

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