LA NUOVA PRESCRIZIONE È IN VIGORE MA LA DURATA MEDIA DI UN PROCESSO NEI TRE GRADI DI GIUDIZIO È DI 1.600 GIORNI

Sarà la giustizia, e in particolare la prescrizione, il primo nodo da sciogliere per il Governo alla ripresa dei lavori dopo le festività natalizie e di fine anno.

L’agenda 2020 del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, riparte proprio da qui, da una riforma della giustizia ancora da approvare con la nuova prescrizione già entrata in vigore il 1° gennaio e sulla quale M5S e Pd viaggiano su due binari diversi.

La giustizia resta al centro del programma riformatore dell’Esecutivo e lo stesso Premier lo ha confermato in occasione della conferenza stampa di fine anno evidenziando l’intenzione da parte del governo di continuare a lavorare per velocizzare i processi.

Abbiamo già varato un disegno di legge delega per quanto riguarda l’abbreviazione dei tempi della giustizia civile. Stiamo lavorando e siamo in dirittura finale per quanto riguarda l’abbreviazione dei tempi della giustizia penale” ha spiegato rivolgendosi ai giornalisti presenti.

Sulle tempistiche della giustizia e della risposta alla domanda di giustizia di cittadini ed imprese incombe, però, la nuova prescrizione.

Una misura che il Ministro Bonafede ha fortemente voluto ma osteggiata, prima ancora che dalle forze politiche di maggioranza e opposizione, dagli operatori del diritto con i penalisti in prima fila, convinti che il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado allungherà ulteriormente i tempi della giustizia non solo per la definizione dei procedimenti ma anche per lo smaltimento dell’arretrato.

Da più parti si chiede che la nuova prescrizione venga supportata da misure in grado di ridurre i tempi dei processi e la riforma della giustizia va in quella direzione ma, finora, a parte l’approvazione del Consiglio dei Ministri di un disegno di legge delega per quanto riguarda l’abbreviazione dei tempi della giustizia civile, sul fronte della riduzione dei tempi del processo penale la strada è tutta in salita.

Il Sole 24 Ore ha effettuato uno studio elaborando i dati raccolti dal Ministero della Giustizia nei 26 distretti di Corti d’Appello e riferiti ai primi sei mesi del 2018 e a questi è stata applicata la formula utilizzata dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej). È stata determinata, pertanto, la durata media in giorni di un procedimento penale dalle indagini preliminari fino alla sentenza della Cassazione ed il risultato non è affatto incoraggiante.

I tempi medi per la definizione dei processi penali risultano decisamente al di sotto dei limiti di “ragionevole durata”. Sia le indagini preliminari condotte dalle procure, sia i processi in tribunale hanno una durata media di circa un anno mentre in appello i tempi medi sono di circa 759 giorni e in Cassazione di 132.

Maglia nera per quanto riguarda la durata media dei procedimenti per le indagini preliminari è Brescia con 535 giorni anche se, nel 2019, è stata registrata una notevole inversione di tendenza con l’intera copertura della dotazione organica.

Fra i tribunali, quello di Salerno impiega più giorni, esattamente 635, per arrivare ad una sentenza di primo grado mentre la Corte d’appello di Napoli, con 1.495 giorni, è quella più lenta per la definizione di una sentenza di secondo grado.

Non va meglio la Corte d’appello di Roma con 1.128 giorni per la definizione di un procedimento. Seguono Venezia con 1.017 giorni, Reggio Calabria con 1.013, Bari con 1.002, Bologna con 960, Catania con 892, Firenze con 878 e Potenza con 767 giorni.

Sono proprio le Corti d’appello le più penalizzate dalla lentezza e dalle inefficienze del nostro sistema giudiziario e proprio in appello si faranno sentire gli effetti del blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado perché saranno proprio le corti a gestire anche quei processi che, con il passare del tempo, non si estingueranno più.

Le Corti d’appello sono diventate il collo di bottiglia della giustizia penale, una sorta d’imbuto, a seguito della riforma del 1998 con la quale è stato soppresso il collegio nella maggior parte dei processi civili e penali di primo grado, con la creazione del giudice monocratico.

In questa maniera, è aumentata la produttività dei tribunali ma non sono stati rafforzati gli organici delle corti d’appello che hanno accumulato arretrato e, quindi, notevoli ritardi nella definizione dei procedimenti.

In un’intervista rilasciata l’11 aprile 2019 al quotidiano “Il Dubbio”, Luciano Panzani, Presidente della Corte d’appello di Roma, sosteneva che la giustizia non ha bisogno di riti ma di più risorse umane e mezzi.

Abbiamo un organico di magistrati insufficiente, gravato per altro dal fatto che dalle corti di Napoli e Roma, il Ministero spesso attinge per chiamare magistrati a funzioni non giurisdizionali. A questo si aggiunge la mancanza cronica di personale, che è gravato non solo di incarichi di cancelleria ma anche di compiti amministrativi e paragiurisdizionali”.

Occorre, insomma, potenziare le Corti in difficoltà anche perché, nonostante da queste dichiarazioni siano passati alcuni mesi, la situazione continua ad essere precaria anche a causa del mancato adeguamento delle piante organiche, soprattutto del personale amministrativo, che il Ministero della Giustizia ritiene di non dover attuare.

È questo lo scenario destinato ad accogliere la nuova prescrizione e, nonostante il Guardasigilli rassicuri tutti sul fatto che i primi effetti della riforma si avranno a partire dal 2023 o, al massimo, dal 2024, la situazione non cambia di molto e resta sconfortante, anzi, rischia di peggiorare.

Tra l’altro, la nuova prescrizione rimane, almeno finora, l’unica certezza di una riforma della giustizia ancora in alto mare. Quando fu approvata con la cosiddetta “Spazzacorrotti” nel dicembre 2018, fu decisa la sua entrata in vigore dal 1° gennaio 2020 proprio perché il 2019 doveva essere l’anno delle assunzioni e degli investimenti importanti.

Gli investimenti ci sono stati e sono stati riportati e certificati con il Piano Triennale del Fabbisogno del Personale adottato nel giugno dell’anno scorso e anche le assunzioni ci sono state ma con il contagocce e con lunghi tempi morti fra una convocazione e l’altra.

Il riferimento è soprattutto allo scorrimento della graduatoria degli idonei assistenti giudiziari che, fatta eccezione per un primo gruppo di 213 unità che va ascritto all’ex Guardasigilli, Andrea Orlando, ha potuto contare su due scorrimenti, uno a luglio e l’altro a dicembre.

Complessivamente 903 unità, come disposto dalla legge di bilancio 2019 ma, in realtà, molte meno così come meno di 838 sono gli idonei rimasti in graduatoria e che dovranno attendere i numeri dei pensionamenti di quest’anno per entrare in servizio, possibilmente entro settembre 2020.

Infatti, la legge di bilancio entrata in vigore dal 1° gennaio, proprio come la nuova prescrizione, dispone che le graduatorie approvate dal 2012 al 2017 sono utilizzabili fino al 30 settembre di quest’anno.

Considerata l’iniquità del provvedimento e la grave situazione in cui versano gli uffici giudiziari italiani è giusto e quanto meno doveroso che la politica si faccia carico di modificare questa misura che danneggia non solo chi ha superato con successo un concorso ma che condiziona pesantemente tutte quelle iniziative che vengono messe in atto per migliorare l’efficienza della giustizia.

Sarebbe un segnale importante della consapevolezza da parte delle istituzioni che è indispensabile, e non più rinviabile, intervenire con celerità sugli organici, prima ancora che discutere di riforme dei riti, di riduzione dei tempi dei processi e della nuova prescrizione.

La giustizia è fatta soprattutto di persone, le stesse che con le loro competenze, tra mille criticità, ogni giorno mandano avanti il nostro sistema giudiziario e che, in futuro, saranno chiamate ad attuare le riforme con le quali si intende rendere la nostra giustizia più efficiente e giusta.

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