CORONAVIRUS, DAL 4 MAGGIO AL VIA LA FASE 2. LA GIUSTIZIA, DIMENTICATA E AL COLLASSO, SI PREPARA ALLA FINE DEL LOCKDOWN

Un ritorno alla normalità lento e progressivo nel rispetto di regole inderogabili e con uno sguardo rivolto a quella curva dei contagi che inizia, seppur lentamente, a scendere. A pochi giorni dal 4 maggio il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato il decreto per la fase due.

Ancora non ci sono le condizioni per ripristinare una piena libertà di movimento e, per questo, restano le limitazioni agli spostamenti, con l’eccezione delle visite ai parenti, e all’attività fisica individuale mentre alcune attività produttive come quelle manifatturiere, edilizie, di intermediazione immobiliare e di commercio all’ingrosso, potranno riprendere. Dopo due mesi di blocco pressoché totale, l’Italia prova a ripartire.

Anche il sistema giustizia si prepara alla fine del lockdown ma la ripresa si preannuncia tutt’altro che facile. L’unica certezza, al momento, è rappresentata dallo smart working che sarà utilizzato almeno fino al 30 giugno. Per il resto, il contesto nel quale la macchina giudiziaria sta programmando la ripartenza è alquanto caotico.

La pretesa è stata, e continua ad essere, quella di recuperare nel giro di poche settimane un ritardo tecnologico e culturale per i quali serve un’organizzazione più capillare. Tutte le udienze rinviate dopo il 30 giugno, saranno calendarizzate e ciò determinerà un aumento dell’arretrato di cause e sentenze che renderanno ancora più difficile l’esercizio giurisdizionale determinando ulteriori disparità.

A questo si aggiunge la protesta dei penalisti, decisi a proseguire lo stato di agitazione, nonostante il dietrofront del governo che, subito dopo aver approvato con la fiducia il decreto Cura Italia nel quale, con un emendamento d’urgenza, erano state inserite misure riguardanti il processo da remoto, si è detto pronto a modificare il provvedimento appena entrato in vigore.

È bastato un semplice ordine del giorno dell’opposizione, accolto dalla maggioranza di governo, per rimandare al prossimo decreto la riformulazione della norma sulla smaterializzazione del processo riducendola, di fatto, a pochi casi.

Uno scenario desolante se si considera che, già prima dell’emergenza Coronavirus, le inefficienze e le carenze della macchina giudiziaria erano gravi e numerose.

In queste settimane, la situazione è divenuta più drammatica ma, finora, i rappresentanti della politica che hanno avvertito l’urgenza di intervenire o dire qualcosa di sensato a riguardo sono stati davvero pochi e del Ministro della Giustizia si sono le perse tracce così come delle sue dichiarazioni ad effetto.

Il rischio è quello di un’emergenza nell’emergenza. C’è da chiedersi quale sarà il volto del sistema giudiziario dopo l’11 maggio ma i capi degli uffici giudiziari, costretti a cavarsela da soli, ne hanno già una vaga idea.

Il Tribunale di Roma è il più grande d’Europa e i tempi della ripresa saranno lunghi. A certificarlo sono le linee guida protocollate il 20 aprile, in cui viene scandito il calendario delle udienze fino alla fine del 2020.

Nel settore civile, dal 12 maggio al 30 giugno, verranno trattate le cause urgenti, quindi, sarà la volta di quelle pendenti da più tempo, poi di quelle relative ai diritti fondamentali e, infine, delle cause che in primo grado e in appello non richiedono attività istruttoria o che sono state già istruite. Tutte le altre saranno rinviate dopo il 30 giugno. Per il settore penale, invece, fino al prossimo 11 maggio, saranno trattati solo procedimenti previsti in via telematica.

Appare evidente che, entro la fine di giugno, non potrà esserci una piena ripresa dell’attività giudiziaria e, forse, neanche per settembre. L’unica certezza è data dall’arretrato, difficile da quantificare, che produrrà il processo telematico in termini di udienze rinviate.

A ciò si aggiunge che il Tribunale di Roma, come molti in Italia, da tempo registra gravi carenze di organico con una scopertura che, tra magistrati e personale amministrativo, si aggira intorno al 32%. Mancano tutte le figure indispensabili per garantire un corretto funzionamento degli uffici. Servono cancellieri, assistenti giudiziari, operatori e ausiliari. Una situazione pesante che, con l’emergenza in atto, rischia di diventare ingestibile.

Le difficoltà del palazzo di giustizia della Capitale sono quelle di altri tribunali di provincia o di periferia a cui, spesso, non si dà l’attenzione che meritano ma le criticità sono le stesse, da nord a sud.

Un quadro sconfortante, a cui si aggiungono gli effetti di quota 100 che, nel prossimo triennio, determineranno numerosi pensionamenti dal momento che l’Italia ha il poco invidiabile primato della pubblica amministrazione più anziana fra tutte quelle dei Paesi dell’Unione Europea.

La giustizia che si avvia verso la fine del lockdown è una giustizia a pezzi ma nessuno sembra curarsene. Eppure il sistema giudiziario è un pilastro importante dell’economia di ogni Paese così come la tutela degli diritti e degli interessi delle persone è un altro pilastro fondamentale della società civile.

L’emergenza Covid-19 ha certificato le inefficienze e i limiti di un intero Paese, arrivato impreparato e in ritardo alla prova dello smart working e, nello specifico, ha evidenziato ancora di più le carenze della macchina giudiziaria, nell’indifferenza più totale.

Gli appelli di presidenti di tribunali e corti d’appello, con cui si chiedono nuove assunzioni e un’opportuna ridefinizione delle piante organiche, continuano a cadere nel vuoto.

Forse, soprattutto in questo momento, si ritiene che le priorità siano altre ma anche la giustizia è una priorità e merita un’attenzione specifica. Non serve soltanto un sistema giudiziario che sia pronto a ripartire ma occorre stabilire soprattutto come: finora, però, nessuno, tra chi di dovere, ha ritenuto di pronunciarsi.

La macchina giudiziaria necessita di un nuovo modello di organizzazione che tenga presente l’urgenza di avviare un processo concreto di informatizzazione senza dimenticare la funzione centrale svolta dalle risorse umane che sono quelle che mancano di più e consentono ad un intero sistema di rimanere in piedi e andare avanti.

In questi giorni, invece, si assiste ad un dibattito alquanto stucchevole in cui si discute di tutto fuorché di come tirare fuori il nostro sistema giudiziario dal pantano in cui sta sprofondando.

Il ritratto della giustizia al tempo del Coronavirus è quello di un sistema in caduta libera alla quale nessuno sembra in grado di saper porre un freno.

La sensazione è di essere arrivati ad un bivio di fronte al quale si deve scegliere se organizzare un nuovo modello di giustizia equa ed efficiente, come dichiarato più volte dallo stesso Guardasigilli, oppure condannarla all’irrilevanza. L’auspicio è che, con la fase due, arrivi anche questa consapevolezza ma le premesse non lasciano ben sperare.

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