VIA LIBERA DEL GOVERNO AL DL BONAFEDE. LA GIUSTIZIA GUARDA ALLA FASE 2, TRA UDIENZE VIRTUALI E CARENZE DI ORGANICO

Mentre l’Italia entra nel vivo della fase due, il dibattito e le polemiche sul processo da remoto non accennano a diminuire. Questo, nonostante il Governo, con un decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 29 aprile, abbia corretto il tiro rispetto a quanto stabilito con il Cura Italia, apportando con il nuovo provvedimento disposizioni integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa, contabile e, naturalmente, penale.

Il decreto 28/2020, pubblicato il 30 aprile in Gazzetta Ufficiale, ridimensiona la parte relativa al ricorso delle udienze virtuali che sarà eliminato per tutta l’attività istruttoria e largamente marginalizzato per le camere di consiglio.

Per quanto riguarda, invece, il processo civile, il Cura Italia dispone che i capi degli uffici giudiziari possono svolgere con collegamenti da remoto tutte le udienze che non richiedono la presenza di soggetti doversi dai difensori, dalle parti e dagli ausiliari del giudice. Ciò nonostante, il nuovo decreto prevede che lo svolgimento delle udienze avvenga con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario.

Il motivo del contendere resta sempre il processo da remoto con le sue applicazioni in ambito penale e che sta alimentando lo scontro fra magistratura ed avvocatura.

L’Associazione Nazionale Magistrati, attraverso una nota della Giunta Esecutiva Centrale, ha espresso sconcerto per “l’ultimo della serie alluvionale di atti normativi che dovrebbero guidare l’organizzazione della giustizia nella fase dell’emergenza”.

A questo di aggiunge che, a distanza di pochi giorni dalla conversione del decreto Cura Italia, sono state cancellate tutte le principali norme processuali, senza che nessun elemento nuovo sia sopravvenuto in merito all’emergenza sanitaria.

Apprezzamento, invece, da parte dell’Unione Camere Penali Italiane che pur restando contraria ad ogni forma di remotizzazione del processo penale, “rileva con soddisfazione come l’attività di contrasto che essa ha da subito promosso, prima in perfetta solitudine e poi con crescente attenzione e consenso di parte della opposizione parlamentare e di parte della maggioranza di governo, ha prodotto un risultato di indiscutibile significato”.

Dal canto suo, il Consiglio Nazionale Forense, in una nota indirizzata al Guardasigilli, chiede che la macchina giudiziaria riparta al più presto. Facile a dirsi ma difficile a farsi e mentre la discussione sul processo da remoto continua, c’è un intero sistema che dal 12 maggio dovrà ripartire.

I provvedimenti emanati dall’inizio dell’emergenza, dal decreto “Tribunali” dello scorso 8 marzo fino al Cura Italia, diffuso dieci giorni dopo, attribuiscono ai capi degli uffici la possibilità di poter organizzare l’attività giudiziaria con tutte le cautele e le misure previste a tutela della salute degli addetti ai lavori e di tutti gli utenti della giustizia.

Ciò determinerà un’ampia discrezionalità in capo ai vertici dei tribunali che dovranno necessariamente tenere conto delle differenze che emergono tra gli uffici giudiziari dei vari distretti e le esigenze territoriali e strutturali.

Cosa accadrà nelle prossime settimane non è ancora chiaro. L’unica cosa certa è che le polemiche di questi giorni sul processo da remoto rischiano di distogliere l’attenzione sui veri problemi del nostro sistema giudiziario.

Così, mentre i vertici delle istituzioni giudiziarie e della politica discutono, in molti distretti mancano connessioni e strumentazioni informatiche tanto che molti magistrati e avvocati rimpiangono il tradizionale, vecchio processo che si celebra in aula.

Di fatto, ognuno utilizza il materiale di cui dispone e quel processo di digitalizzazione, invocato in queste settimane e di cui si parla a vuoto da anni, non lo si può inventare dalla sera alla mattina ma serve una pianificazione, nonché provvedimenti e leggi ad hoc che ora non ci sono.

È vero, c’è lo smart working ma non si può pretendere che uno strumento, di cui fino a due mesi fa non si conosceva nemmeno l’esistenza, all’improvviso diventi la panacea a tutti i mali della giustizia e della pubblica amministrazione.

Il dibattito sul processo da remoto rischia di diventare perfino imbarazzante se si considera che i giudici di pace non dispongono di alcuna piattaforma telematica. Così succede che, ad esempio, l’Ufficio del Giudice di pace di Milano, con i suoi oltre 100mila procedimenti all’anno, sia completamente fermo con la conseguenza del blocco totale delle attività.

Tutto e il contrario di tutto mentre si guarda al 12 maggio con l’auspicio che cambi qualcosa ma con la timore che cambierà poco o nulla.

Si è voluto far credere che la remotizzazione delle udienze potesse essere parte della soluzione mentre ciò che è mancata è stata una programmazione sulle modalità della ripartenza soprattutto in considerazione delle criticità che interessano da tempo la macchina giudiziaria.

Che l’emergenza Covid avrebbe ulteriormente appesantito la condizione già precaria del sistema giustizia era evidente, a cominciare dalla mole di arretrato che l’inattività di queste settimane ha prodotto. Quello che è mancato, e che manca tuttora, è uno sguardo rivolto al dopo, a quel 12 maggio che si avvicina a grandi passi.

Ancora una volta è stata persa un’occasione, quella di definire e programmare un modello di giustizia equa ed efficiente, partendo dalle criticità determinate dall’emergenza in corso che vanno ad aggiungersi a quelle già esistenti.

Senza avventurarsi in discussioni che non portano lontano, la ripartenza del sistema giustizia può e deve cominciare dal rafforzamento degli organici, già notevolmente carenti.

In attesa che i concorsi indetti dal Ministero possano riprendere, c’è già a disposizione un’unica graduatoria, quella degli 838 idonei assistenti giudiziari.

Se si considera che, oltre al rallentamento dell’attività giudiziaria ed amministrativa degli uffici a seguito dell’attuale pandemia, la giustizia, nei prossimi mesi sarà interessata da numerosi pensionamenti anche per effetto “quota 100”, l’urgenza, non più rinviabile, è quella di ripartire proprio da queste assunzioni.

L’emergenza Coronavirus ci sta insegnando, anche se nella maniera più brutale, che è fondamentale valorizzare le competenze e le professionalità di ogni singola risorsa umana.

In queste settimane abbiamo scoperto quanto sia importante una sanità pubblica che funzioni specialmente grazie al lavoro di persone preparate e professionali.

Sarebbe altrettanto importante scoprire che per ripartire, il nostro Paese avrebbe assoluto bisogno anche di una giustizia pronta, certa ed efficiente ma soprattutto di personale qualificato che consenta questa ripartenza.

Per quanto si voglia discutere di digitalizzazione, innovazione o di qualunque altra riforma, il capitale umano resta sempre un pilastro imprescindibile e, a meno che non si voglia condannare un intero sistema all’irrilevanza, ripartire dalle politiche assunzionali rappresenta l’unico passaggio obbligato per restituire dignità ed efficienza al nostro sistema giudiziario.

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