CORONAVIRUS, GIUSTIZIA LENTA E SENZA RISORSE ALLA PROVA DELLA FASE DUE

Una ripartenza lenta, graduale ma soprattutto complessa. Dopo un ponte sospensionale di due mesi, la giustizia prova a ricominciare.

L’emergenza Coronavirus ha prodotto un periodo di blocco pressoché totale di tutte le attività produttive e sociali ma alcuni settori, seppur con le necessarie restrizioni, hanno continuato ad operare.

Gli uffici giudiziari, al fine di garantire una maggiore flessibilità lavorativa, hanno svolto le loro funzioni mediante l’utilizzo dello smart working e della remotizzazione di alcuni servizi che saranno utili anche in futuro.

Nella fase 1, la modalità di lavoro agile ha costituito uno strumento di assoluta novità, impiegato dal 77,77% dei dipendenti dell’amministrazione giudiziaria.

Il Ministero della Giustizia, attraverso un report diffuso nei giorni scorsi, ha reso noto che gli utenti abilitati a Teams sono circa 30.000, quelli abilitati alla piattaforma e-learning 25.603 mentre i dipendenti abilitati agli applicativi amministrativi sono 7.665.

Le statistiche giudiziarie nel periodo di emergenza Covid-19 indicano che nelle corti d’appello, tra il 23 febbraio e il 31 marzo, nel settore civile sono stati definiti 9.310 fascicoli mentre gli iscritti sono stati 9.372. Per quanto riguarda il settore penale, tra il 23 febbraio e il 24 aprile, i fascicoli definiti sono stati 11.376 e gli iscritti 8.669.

Questi dati offrono un quadro interessante del lavoro svolto dagli uffici e una buona attività delle cancellerie in un periodo di forte emergenza nonché l’importanza di aver saputo creare delle logiche organizzative replicabili su tutto il territorio.

Fin qui, la giustizia al tempo del lockdown.

La fase due, invece, sarà diversa e suscita non poche perplessità soprattutto in assenza di una disciplina omogenea a cui gli uffici giudiziari possano attenersi.

I capi degli uffici giudiziari saranno chiamati a gestire l’emergenza attraverso la regolamentazione delle modalità con le quali dare attuazione alla ripresa dell’attività giudiziaria e amministrativa.

Un passaggio decisamente delicato poiché, in mancanza di criteri certi e uguali per tutti, il rischio è quello di una giustizia a più velocità.

Ogni ufficio ha scelto la propria strada indicando le priorità e le modalità di trattazione con regole che cambiano da una sede all’altra.

Il Tribunale di Milano è pronto a ripartire anche se per un ritorno alla normalità si dovrà attendere almeno fino a settembre. Saranno assicurate le urgenze ma la maggior parte del personale amministrativo e giudiziario continuerà ad operare in regime di smart working.

In sostanza, viene esclusa ogni possibilità di celebrare i dibattimenti in aula, fatta eccezione per quei procedimenti ritenuti non particolarmente complessi sotto il profilo della logistica. Tutte le altre udienze saranno rinviate a data da destinarsi.

Anche a Roma, la fase due è partita con i processi contingentati e, alle urgenze già tutelate di queste settimane, si aggiungeranno i procedimenti che abbiano esaurito la fase istruttoria e si andrà avanti con i processi per i reati di genere o violenza domestica.

Nel settore civile, invece, sarà data la precedenza alle cause più vecchie, già istruite o sui diritti fondamentali della persona.

A Napoli, l’attività giudiziaria continuerà a procedere a ranghi ridotti con la fissazione di udienze esclusivamente con imputati detenuti mentre per tutti gli altri procedimenti se ne parlerà direttamente dopo il 31 luglio.

A Palermo saranno celebrati patteggiamenti, abbreviati e udienze preliminari e la priorità sarà data alle cause più vecchie, a quelle con detenuti nonché ai procedimenti in cui è costituita una parte civile e a quelli ritenuti urgenti. Si ricorrerà anche alle modalità da remoto.

Da nord a sud, la macchina giudiziaria tenta di ripartire e lo fa come può ovvero con le risorse che non ha a disposizione.

La fase due è quella della ripartenza ma anche di un’ulteriore conferma delle difficoltà, finora rimandate, del sistema giustizia.

I tribunali di Milano, Roma, Napoli e Palermo hanno in comune una grave carenza di personale amministrativo.

Presso il tribunale meneghino, il tasso di scopertura è pari al 29,6%, ben più elevato rispetto a quello della media nazionale del 20,25%.

A Roma, nonostante le nuove immissioni di personale all’esito dell’espletamento del concorso ad 800 posti di assistente giudiziario, la scopertura rispetto alla pianta organica è aumentata in maniera consistente, tanto che su una pianta organica di circa 1.200 unità, quelle in servizio sono appena 850.

A Napoli, la scopertura è pari al 26,4% mentre, a Palermo, al 30 giugno 2019, le carenze di personale amministrativo erano pari al 10,44% ma in alcuni settori l’indice di scopertura raggiunge valori ben più elevati.

Nella fase del lockdown, la giustizia, già pesantemente provata da ritardi e carenze di ogni genere, è riuscita a restare in piedi affrontando un’emergenza che, però, l’ha ulteriormente indebolita.

La fase due, dovrebbe essere quella ricostruzione di un sistema al quale, durante queste settimane, le istituzioni non hanno dato l’attenzione che merita.

Finora, la macchina giudiziaria è riuscita a garantire i servizi essenziali soprattutto attraverso l’impegno del personale amministrativo e giudiziario ma è mancata una visione organica sul dopo. Non una parola sull’urgenza di una riorganizzazione di un sistema, ormai in caduta libera.

Servono interventi sull’innovazione tecnologica, sulla ridefinizione delle piante organiche e sul potenziamento di quei profili professionali considerati strategici per l’attività giudiziaria.

C’è un piano del fabbisogno del personale, approvato nel giugno 2019 ma di cui, nel frattempo, si sono perse le tracce.

È vero, l’emergenza Coronavirus ha sparigliato le carte e molti concorsi, alcuni già iniziati, sono stati bloccati ma ci sono ancora graduatorie da esaurire con la possibilità di immettere nuove risorse.

D’altra parte non è possibile immaginare un processo di innovazione tecnologica senza un’opportuna riorganizzazione del personale.

Nelle prime bozze del decreto Rilancio, circolata alcuni giorni fa, erano contenute alcune proposte “per far fronte alla urgente necessità di coprire le attuali gravi scoperture di organico e per assicurare il regolare svolgimento dell’attività giudiziaria…”.

Un riferimento alquanto chiaro ma sparito nelle bozze successive. Nessun accenno neanche alla graduatoria degli 837 idonei assistenti giudiziari, ancora in attesa di convocazione e, finora, unica certezza per una giustizia che non riesce proprio a guardare al futuro.

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