LA FALSA RIPARTENZA DELLA GIUSTIZIA: CODE DAVANTI AI TRIBUNALI E UFFICI GIUDIZIARI NEL CAOS

Lunghe file nelle cancellerie e numerosi assembramenti. La fase due della giustizia è cominciata nel peggiore dei modi.

A distanza di una settimana dalla data del 12 maggio, che ha segnato la fine del lockdown per le attività di tribunali e corti d’appello, negli uffici giudiziari c’è grande confusione.

Insomma, l’ennesimo disastro annunciato.

All’origine del caos di questi giorni, la decisione del governo che ha lasciato ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di decidere sulla ripartenza facendo in modo che ogni tribunale si organizzasse con protocolli diversi.

In sintesi, ogni palazzo di giustizia si è mosso con le risorse a sua disposizione e la conseguenza è stata un’enorme disomogeneità dell’organizzazione all’interno dei singoli uffici giudiziari.

L’impiego dello smart working, benché utilizzato da circa il 77% dei dipendenti dell’amministrazione giudiziaria, è stato condizionato, oltre che dalla disponibilità di strumenti informatici efficaci, anche dal fatto che il personale non è in grado di adempiere a determinati atti, con il risultato di un incremento considerevole dei carichi di lavoro.

A ciò va aggiunto che il ponte sospensionale di oltre due mesi ha determinato il rinvio a dopo l’estate, o anche al 2021, del 90% dei processi che non riguardano imputati detenuti.

Ancora una volta è mancata una visione unitaria su come gestire la ripartenza delle attività in vista della fase due e, ancora una volta, è l’intero sistema giudiziario a farne le spese.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ciascuno decide per sé con un proliferare di fonti normative atipiche; perfino le singole sezioni dello stesso Tribunale hanno fissato procedure diverse le une dalle altre” spiega in una nota Antonino Galletti, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Se fosse stato il legislatore a fissare le regole, anziché rimettere tutto alla sensibilità locale dei capi degli uffici giudiziari, si sarebbe potuto impostare un lavoro di coordinamento a monte, a livello nazionale. Purtroppo così non è stato”, prosegue Galletti.

La mancanza di una visione organica sulla ripartenza del sistema giustizia, si inserisce in un quadro già critico e l’emergenza non è stata utile neanche per interventi ed investimenti straordinari in termini di personale e presidi di sicurezza.

La realtà romana rileva una costante insufficienza del personale amministrativo, la cui percentuale di scopertura si attesta intorno al 35%, aggravata dal fatto che l’utilizzo dello smart working risulta inutile laddove il processo non è telematico, soprattutto nel penale.

Situazione critica anche in Lombardia, la regione più colpita dall’emergenza Covid-19.

Presso il Tribunale di Milano, subito dopo il 21 febbraio, è stato necessario interdire o almeno limitare sia l’accesso, sia l’attività processuale come, del resto, in tutti i palazzi di giustizia del nostro Paese.

La sospensione delle scorse settimane, però, ha determinato un accumulo dell’arretrato e dei ritardi.

Per recuperare, occorre aumentare la presenza negli uffici del personale amministrativo che, da remoto, non può accedere ai registri” ha dichiarato Roberto Bichi, Presidente del Tribunale di Milano, per il quale la ripresa dell’attività nelle cancellerie è uno dei primi nodi da sciogliere.

Mancano gli strumenti e da casa il personale amministrativo non può accedere ai registri del processo civile telematico e, per quanto concerne le udienze penali, il lavoro da remoto non è idoneo a supportare quello del magistrato.

Nonostante le difficoltà legate all’emergenza sanitaria, nei mesi di marzo e aprile, oltre a quelli urgenti, sono stati definiti 1.287 procedimenti civili e nel penale sono stati chiusi circa 300 procedimenti dibattimentali.

Per ora, tornare ai ritmi precedenti al Coronavirus è impossibile ma per la ripartenza sarà necessario aumentare la presenza del personale di cancelleria e procedere anche con nuove assunzioni.

Il Tribunale di Milano, come quello della Capitale, è costretto a fare i conti con gravi carenze di personale amministrativo.

Nonostante l’inserimento degli assistenti giudiziari di nuova nomina, la scopertura complessiva, che si era sensibilmente ridotta dal 29,7% al 21,5%, è tornata a salire al 22,2%.

Le carenze maggiori investono personale con qualifiche elevate, ossia direttori (ne mancano 13, pari al 31,7%), funzionari (57 i posti scoperti, per una scopertura del 35%) e cancellieri esperti (ne mancano 55, pari al 38,5%).

La città di Bergamo è la città simbolo dell’emergenza Coronavirus. Dopo due mesi di funzionamento a ranghi ridottissimi, con un presidio di soli dieci cancellieri, la giustizia prova a ripartire ma le criticità sono tante.

Ai ritardi e all’aumento dell’arretrato determinati dalla sospensione delle scorse settimane, vanno aggiunte le criticità già esistenti, prima fra tutte la carenza del personale amministrativo che si attesta al 28,57%.

Nei giorni precedenti alla fase due, l’Associazione Provinciale Forense ha diffuso un comunicato in cui auspica che il tribunale si organizzi al meglio per garantire la ripresa delle attività.

Chiediamo che il Ministero della Giustizia, tenuto conto della particolare gravità della crisi sanitaria nella nostra provincia e del fatto che già prima della pandemia, a dicembre 2019, il Tribunale di Bergamo era stato dichiarato sede disagiata, provveda quanto prima a colmare le gravi carenze negli organici del personale amministrativo e dei magistrati” conclude il comunicato dell’Associazione.

L’impressione è che quella della giustizia sia stata una falsa ripartenza e che, per l’ennesima volta, sia stata persa un’occasione per pianificare in maniera univoca la ripresa delle attività e per assumere personale nuovo. Così non è stato e la confusione regna sovrana.

La fase due della giustizia è quella del “vorrei ma non posso”, una vera e propria sindrome, vista l’incapacità dell’intero sistema di guardare oltre i propri limiti.

La crisi sanitaria ha fatto emergere carenze strutturali che la macchina giudiziaria si trascina dietro da tempo, oltre che una grave arretratezza dal punto di vista tecnologico.

Paradossalmente tutta l’attività che è stata rinviata e quella nuova dovranno essere opportunamente controllate per evitare un collasso che sarà ingestibile.

Passati i primi momenti di emergenza si è agito come se la giustizia non fosse un servizio essenziale e, in due mesi, non c’è stata la capacità di gestire regole che consentissero una ripresa efficace che, senza mezzi e assunzione di nuovo personale, sarà impossibile.

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