GIUSTIZIA ANCORA IN QUARANTENA: AULE DESERTE, AVVOCATI IN AGITAZIONE E ASSUNZIONI FERME

Per la giustizia, la fase due doveva essere quella della ripartenza ma si è rivelata ben presto come la cronaca di un disastro annunciato.

Dopo oltre due mesi di blocco di tutte le attività, la ripresa tanto agognata non solo non c’è stata ma ha finito con il coincidere con il momento più difficile e delicato che il sistema giudiziario abbia mai conosciuto negli ultimi anni.

La fase due, invece di dare il via alla ricostruzione di una macchina giudiziaria sempre più in difficoltà, ha fatto in modo che le sue criticità venissero a galla tutte insieme, in una sola volta e nel peggiore dei modi.

Al termine di un lungo lockdown, la giustizia si è scoperta ancora più fragile e proprio la ripartenza, che doveva essere l’occasione per ricostruire un sistema ormai in caduta libera, è divenuta la cartina di tornasole di un comparto incapace di reagire.

Le avvisaglie c’erano tutte e il quadro era già chiaro con l’inizio dell’emergenza Coronavirus.

L’approvazione del decreto 11/2020 che, con l’inizio della fase due, attribuisce ai capi degli uffici la possibilità di riorganizzare l’attività giudiziaria, aveva suscitato fin da subito enormi perplessità tra gli addetti ai lavori.

La conseguenza diretta del provvedimento è stata la registrazione di circa 200 protocolli diversi tra loro e, come se non bastasse, anche di svariate direttive e circolari all’interno di uno stesso tribunale.

Inoltre, alcuni giorni prima della fine del lockdown, i penalisti hanno fatto sentire la loro voce sui rischi di un’eccessiva remotizzazione del processo penale.

Difficile mettere d’accordo, infatti, la salvaguardia della giurisdizione con regole in grado di continuare ad assicurare diritti e garanzie non comprimibili nemmeno in una fase di emergenza come quella attuale. A ciò si aggiunge che le fondamentali caratteristiche strutturali del giusto processo non possono essere ignorate.

Tutti concordi, dunque, nel ritenere che la ripresa dell’attività giudiziaria deve essere attuata nella misura più ampia possibile, garantendo la salute di tutti gli operatori della giustizia e degli utenti che ne sono destinatari ma anche mettendo gli operatori del diritto nelle condizioni ottimali per tutelare i diritti e le libertà dei cittadini.

In mancanza di un’attenta pianificazione della ripresa dell’attività giudiziaria, il risultato è stato un grande caos.

A partire dal 12 maggio, gli uffici giudiziari si sono adeguati a quanto disposto nelle settimane precedenti e, seguendo protocolli, circolari e direttive di riferimento, hanno cominciato a calendarizzare le udienze.

Ognuno ha stabilito linee diverse e le conseguenze sono state lunghe code davanti ai tribunali, confusione negli uffici giudiziari, aumento dell’arretrato e processi rinviati a dopo l’estate se non addirittura al 2021.

La ripartenza non è avvenuta in maniera organica e anche lo svolgimento delle udienze in modalità telematica da remoto non ha trovato, in mancanza di una corretta attuazione, una disciplina uniforme.

A Roma, gli avvocati hanno contestato la ripresa troppo lenta dell’attività giudiziaria restituendo la toga.

Un gesto dal forte valore simbolico, a voler sottolineare che la giustizia è ferma. Soltanto nella Capitale, tra febbraio ed aprile, i processi penali rinviati sono stati oltre 14.000.

Nella fase due sono ricominciate tutte le attività ma i tribunali restano ancora off limits per udienze e cittadini con conseguenze pesanti sulla tabella di marcia dei processi. Mancano regole certe e oggettive per la ripartenza.

Il sistema è bloccato ovunque e il risultato è un caos generale che, in molti casi, lascia la ripresa delle attività soltanto sulla carta.

Le maggiori difficoltà si registrano soprattutto sul fronte delle attività amministrative con la maggior parte del personale ancora in smart working e che, da remoto, non può accedere ai registri per lavorare sui fascicoli. Più che una quarantena, una vera e propria paralisi.

Il sistema giudiziario è rimasto escluso dalla riapertura delle attività produttive e i due mesi di ponte sospensionale non sono stati utili per pianificare l’organizzazione della macchina giudiziaria neanche per recuperare l’arretrato e tanto meno per procedere a nuove assunzioni.

Impossibile, infatti, immaginare una ripartenza del sistema giustizia senza tenere conto dell’immissione di nuove risorse.

Chi si aspettava che il lockdown fosse l’occasione giusta per ridefinire il comparto è rimasto deluso come molti presidenti di tribunali e corti d’appello che chiedono rinforzi da tempi non sospetti.

Le carenze di organico nelle cancellerie e tutte le conseguenze che ne derivano, hanno creato enormi difficoltà negli uffici, mettendo a rischio la possibilità di garantire in modo effettivo i diritti di tutti i cittadini e, con l’emergenza Covid-19, la situazione è nettamente peggiorata.

Così, mentre i tribunali restano deserti, il 90% dei processi viene rinviato al 2021, il personale amministrativo e giudiziario scarseggiano, i carichi di lavoro aumentano e i penalisti restituiscono le toghe preparandosi al flash mob del 29 maggio prossimo, chi vorrebbe dare il proprio contributo alla ripartenza, quella vera, del sistema giustizia resta a casa.

Gli 837 idonei assistenti giudiziari sono ancora in attesa di convocazione, nonostante siano già stati disposti gli opportuni strumenti finanziari, normativi ed amministrativi per la loro assunzione.

Non è bastato neanche il Coronavirus a velocizzare l’esaurimento dell’unica graduatoria di cui dispone il Ministro della Giustizia che, tuttavia, con la recente approvazione del decreto Rilancio ha annunciato l’assunzione di ulteriori 3.250 unità di personale amministrativo destinate agli uffici giudiziari.

Finora, però, assunzioni e scorrimenti di graduatorie sono rimasti sulla carta, esattamente come la ripartenza della giustizia italiana, servizio essenziale e funzione primaria e insostituibile dello Stato. Almeno fino a prova contraria.

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