GIUSTIZIA SOSPESA TRA CARENZE DI PERSONALE E RIFORME MANCATE

La fase due ha portato alla luce un sistema giudiziario sull’orlo del tracollo. Nel caos di questi giorni c’è la sconfitta di una giustizia che, nelle settimane più difficili dell’emergenza Coronavirus, non è stata capace di rinnovarsi.

Nei tribunali italiani, tra il 23 febbraio e il 31 marzo, i processi civili chiusi con sentenza sono stati 128.335, il 43% in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa mentre gli iscritti sono stati 148.092, il 32% in meno rispetto al 2019.

I processi penali definiti tra il 23 febbraio e il 24 aprile sono stati 11.997 e gli iscritti 9.261, rispettivamente il 41% e il 49% in meno dell’anno prima.

Un vero e proprio crollo, determinato soprattutto dall’emergenza Covid-19, che ha appesantito ulteriormente un sistema già debole e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Gli effetti della pandemia sull’efficienza della giustizia si inseriscono in un contesto che presenta numerose carenze, prima fra tutte quella del personale amministrativo.

In questi giorni, i grandi tribunali hanno ripreso lentamente la loro attività nel tentativo di recuperare migliaia di processi rinviati.

Per Milano, capoluogo di una regione duramente colpita dalla pandemia, tornare alla normalità sarà molto difficile, soprattutto a fronte della gravi scoperture negli organici che in tutto il distretto si attestano al 29,6%.

In quasi tutti gli uffici giudiziari la percentuale delle carenze presenta punte che arrivano in taluni casi al 40% (Busto Arsizio e Monza), 34,3% (Como), 31,3% (Pavia), 32,5% (Lecco), 30,3% (Lodi), 25% (Varese), 22% (Milano).

La situazione del Tribunale di Roma è ormai nota. La dotazione organica del personale amministrativo è di circa 1.203 unità ma ne risultano in servizio circa 790, con una scopertura del 35%.

Attualmente, il personale è organizzato in turnazioni per garantire il distanziamento sociale ma fino all’11 maggio soltanto il 25% dei cancellieri era presente al lavoro.

Con l’inizio della fase due, la percentuale è salita al 40% ma la maggior parte degli amministrativi, lavorando ancora da remoto, non ha accesso al sistema interno.

Non va meglio a Napoli dove, da tempo, il Tribunale è costretto a fare i conti con carenze di personale amministrativo pari al 30,54%. Inoltre, per il 2020, sono state programmate ulteriori uscite dal servizio e, alla fine dell’anno, si avrà una scopertura media del 34,16%.

Critica è la situazione relativa all’organico dei funzionari che, in mancanza di assegnazione di personale nel breve periodo potrebbe arrivare, considerato solo i collocamenti a riposo già programmati, al 63,23%.

Queste percentuali, che riguardano i distretti giudiziari più importanti del nostro Paese e che fanno riferimento al periodo pre-Covid, diventano ancora più pesanti se si osserva che la fase due avrebbe potuto rappresentare quella del rilancio, specialmente in tema di innovazione tecnologica e di nuove assunzioni di personale.

Di fatto, ancora oggi, si fanno i conti con una digitalizzazione che non è mai partita e con ataviche carenze negli organici che non si è ritenuto di dover colmare neanche per affrontare al meglio la fase della ripartenza.

Si è preferito, invece, lasciare ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di decidere circa la riorganizzazione delle attività quando sarebbero bastate poche regole ma certe ed oggettive.

In sostanza, l’emergenza non è stata utile neppure per procedere ad interventi ed investimenti straordinari in termini di personale amministrativo attraverso l’immissione di nuove risorse.

Anche la Commissione Europea non ha mai mancato di ricordarci la necessità di una maggiore iniezione di denaro da spendere in personale e infrastrutture per dimezzare i tempi della giustizia, soprattutto quella civile. Infatti, tra i Paesi membri dell’Ue, l’Italia è quello con la perfomance peggiore riguardo ai tempi di definizione dei contenziosi civili.

Per Bruxelles, il fattore economico è legato a doppio filo con quello giudiziario e la politica economica del nostro Paese dovrebbe essere caratterizzata da maggiori investimenti su alcuni settori strategici della nostra economia, a cominciare dalla giustizia.

Il concetto è stato ribadito anche qualche giorno fa in occasione della presentazione del Next Generation Eu, il documento della Commissione Europea sul Recovery Plan da 750 miliardi, che servirà per uscire dalla recessione economica provocata dal Coronavirus.

L’economia italiana potrà riprendersi anche grazie ai fondi europei, circa 172 miliardi di euro, parte dei quali dovrà essere necessariamente investita nella giustizia, individuata tra gli ostacoli principali al rilancio del nostro Paese.

Proprio il Coronavirus, dunque, potrebbe diventare l’evento che risolve l’intreccio di una narrazione che non rende onore al nostro sistema giudiziario. Fondi europei a parte, molto dipenderà soprattutto dalle decisioni della politica e da quello che si intenderà fare per la giustizia.

Nell’immediato, l’urgenza è quella di ripartire dall’immissione di risorse umane di cui la macchina giudiziaria ha bisogno a cominciare dagli 837 idonei assistenti giudiziari ancora in graduatoria e la cui assunzione rappresenterebbe un segnale forte verso una ripartenza finora rimasta sulla carta.

La giustizia, quale colonna portante di un sistema democratico ed economico di un Paese, esige una riforma strutturale che la politica dovrà discutere anche insieme a coloro che esercitano la giurisdizione.

Nessuna riforma, però, potrà mai essere attuata se prima non vengono predisposti gli strumenti necessari per la sua realizzazione e l’assunzione di personale qualificato è la condizione principale.

Intanto, in attesa che ciò avvenga, i tribunali assomigliano sempre di più a cattedrali deserte dove la domanda di giustizia resta ancora senza risposta.

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