FASE 3, CONTE: “I TEMPI DELLA GIUSTIZIA CIVILE E PENALE NON SONO ACCETTABILI”. BONAFEDE: “RITORNO IN TEMPI CELERI ALLA NORMALITÀ”

Un nuovo inizio, un’occasione per rilanciare e rinnovare il sistema Italia dalle fondamenta.

La fase 3 parte dalle parole del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che nel corso di una conferenza stampa da Palazzo Chigi ha illustrato le misure che segneranno il percorso di rilancio del nostro Paese dopo l’emergenza Coronavirus.

Tra le urgenze, quella di intervenire sui tempi della giustizia civile e penale, definiti da Conte non accettabili e che sconsigliano “agli investitori di venire in Italia, a impelagarsi in controversie giudiziarie che durano anni”.

La verità è che la giustizia italiana, in un momento estremamente drammatico per il nostro Paese, ha raggiunto uno dei livelli più critici della storia repubblicana e, ad oggi, è ferma, paralizzata e inaccessibile.

Il nostro sistema giudiziario, già appesantito da carenze logistiche, dal grave ritardo sul fronte dell’innovazione tecnologica e dai vuoti di organico, ha ceduto di schianto dinanzi all’emergenza Coronavirus e la fase 2, che doveva segnare la sua ripartenza, ha fatto venire alla luce tutti i suoi limiti. Una vero e proprio disastro annunciato.

Difficile pensare che un pilastro del sistema democratico ed economico del nostro Paese, possa essere riorganizzato soltanto con i progetti di riforma e i disegni di legge delega che giacciono presso le Commissioni competenti del Parlamento.

Le grandi crisi non esplodono all’improvviso ma hanno sempre radici profonde. Quella che sta investendo la giustizia viene da molto lontano ma non è mai stata affrontata con l’attenzione specifica che un comparto così importante merita.

Il riferimento non è solo alla magistratura e alle sue espressioni associative e di autogoverno.

La condizione emergenziale in cui versa il nostro sistema giudiziario è la conseguenza di tutto ciò che, negli anni, non è stato fatto ritenendo che rimandare a tempi migliori fosse la cosa più giusta.

Con la crisi provocata dal Coronavirus, la giustizia ha scoperto lo smart working ma si è scontrata anche con le difficoltà che tale modalità ha determinato, in primo luogo, per le cancellerie e per la gestione del processo da remoto.

Con l’inizio della fase 2, l’ampio potere discrezionale conferito ai capi degli uffici giudiziari, oltre che produrre protocolli e linee guida differenti anche all’interno dello stesso tribunale, ha generato una disomogeneità delle regole da rispettare su tutto il territorio nazionale, nonché un grave pregiudizio per ciò che concerne la certezza delle norme processuali.

Non si è tenuto conto delle diversità che contraddistinguono le udienze civili da quelle penali e ciò ha fatto in modo che le criticità e i limiti del processo telematico e da remoto affiorassero tutti insieme proprio in un momento in cui la risposta della giustizia deve essere ulteriormente assicurata.

Allo scoccare della fase 2, il risultato è stato quello di un grande caos negli uffici giudiziari, un consistente aumento dell’arretrato, avvocati in rivolta, aule deserte e personale ancora in smart working.

La paralisi degli uffici è dovuta proprio al collocamento in lavoro agile della maggior parte degli amministrativi che, peraltro, da casa non possono accedere né ai fascicoli, né ai registri. Inoltre, le strumentazioni per connettersi da remoto alla piattaforma del processo telematico non sono sempre adeguate.

In definitiva, la fase 2 è come se non fosse mai esistita e non c’è stata alcuna ripartenza.

In base all’ultimo report, diffuso il 20 maggio scorso dall’Osservatorio sull’acquisizione dei dati giudiziari dell’Unione delle Camere Penali Italiane, risulta che attualmente viene celebrato il 20% delle udienze di quelle che si svolgevano prima dell’emergenza Coronavirus, con la maggior parte dei processi rinviati al 2021 o al 2022 e, in alcuni casi, anche al 2023.

Non meno pesanti sono i danni economici causati dalla paralisi della giustizia, stimati in circa 10 miliardi di euro.

Poi, c’è l’annosa questione delle carenze negli organici che, da nord a sud, interessano tutti gli uffici giudiziari, destinate ad aumentare a causa dei pensionamenti previsti per il prossimo triennio e che tengono conto anche degli effetti di “quota 100”.

Un vero e proprio esodo che determinerà un pesante contraccolpo sull’efficienza della macchina giudiziaria con il rischio concreto della paralisi di ogni attività.

Viene da pensare che la difficile situazione in cui versa il nostro sistema giudiziario non sia stata compresa in tutta la sua gravità.

L’unica cosa certa è che la giustizia ha perso la sua scommessa con la contemporaneità, a cominciare dal ritardo eccessivo sul fronte della digitalizzazione poiché lo smart working, da solo, non può essere la soluzione definitiva.

L’unico rimedio è che il comparto riparta al più presto, come richiesto dalle rappresentanze dell’avvocatura al Guardasigilli nel corso di un incontro al Ministero.

L’obiettivo è quello di tornare quanto prima alla normalità. La sfida sarà quella di trovare le soluzioni più adeguate tenendo in opportuna considerazione l’evoluzione del quadro sanitario.

La fase 2, che ha significato la ripartenza di tutte le attività produttive, dai ristoranti fino alle palestre e ai centri estetici, per la giustizia è rimasta lettera morta lasciando i tribunali con i portoni chiusi.

Il nostro Paese non si è dimostrato all’altezza, dimostrando di non essere in grado di garantire uno dei diritti più importanti e fondamentali di ogni democrazia.

In particolare, non è stata assicurata la ripresa dei processi in sicurezza, con pesanti ripercussioni anche per tutti coloro che, a vario titolo, operano nel settore ma anche con gravi conseguenze per tutti gli utenti.

L’amministrazione della giustizia è un presidio di democrazia e il suo funzionamento incide sulle irrinunciabili aspettative dei cittadini di vedere riconosciuti i propri diritti e rappresenta il livello stesso di civiltà di un Paese, quello che il Presidente Conte intende ridisegnare per rinnovare l’Italia.

L’auspicio è che, una volta per tutte, si comprenda che l’approccio alla giustizia non può e non deve essere di carattere ideologico e che un sistema giudiziario equo ed efficiente, per citare le parole del Guardasigilli Bonafede, è nell’interesse di un intero Paese.

La sensazione, mista a dubbio e timore, è che questa sia davvero l’ultima chiamata per riformare la macchina giudiziaria, restituendole il decoro che merita e ricacciandola dalla palude in cui è sprofondata nell’indifferenza delle istituzioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *