LA FASE 3 DELLA GIUSTIZIA, BONAFEDE: “CON IL DL RILANCIO INIEZIONE DI RISORSE PER LA RIPARTENZA DEL SISTEMA”

Dal 1° luglio è partita la fase 3 della giustizia che ha anticipato di un mese la fine dell’emergenza epidemiologica fissata, in principio, al 31 luglio.

Con l’approvazione definitiva del dl 28/2020, convertito nella legge 70/2020 e già in vigore, la data di conclusione del lungo lockdown degli uffici giudiziari è stata ripristinata al 30 giugno.

Con la fine dell’emergenza, è caduto anche il potere da parte dei presidenti dei tribunali di emanare linee guida sull’organizzazione dell’attività giudiziaria, attribuito dall’art. 83 del decreto Cura Italia. Ciò nonostante, resta l’obbligo di garantire i criteri organizzativi stabiliti dalle norme sanitarie attualmente in vigore.

Come preannunciato nei giorni scorsi dal Guardasigilli, le udienze dovrebbero riprendere in sicurezza e con regolarità. Niente più rinvii dei processi e anche le cancellerie, seppur gradualmente, dovrebbero tornare a lavorare a pieno regime. Ovviamente, il condizionale è d’obbligo.

Dopo un’interminabile paralisi dell’attività giudiziaria e una fase 2 mai decollata, la giustizia passa direttamente alla fase 3, sempre sotto il segno dello smart working e delle modalità da remoto.

Nonostante le rassicurazioni del Ministro Bonafede che, nei giorni scorsi, a margine di un incontro con rappresentanti dell’Avvocatura e dell’Associazione Nazionale Magistrati, ha annunciato un ambizioso piano straordinario per la giustizia, c’è davvero poco di cui essere ottimisti.

Tra le tante iniziative destinate alla ripartenza del sistema giudiziario anche quella, del tutto sperimentale, di preservare il processo da remoto con l’obiettivo di migliorare la funzionalità degli uffici giudiziari.

Nel mese di giugno, infatti, il Governo aveva presentato un emendamento all’articolo 221 del dl Rilancio con l’obiettivo di far entrare a pieno regime il processo da remoto, con l’utilizzo della videoconferenza nelle udienze fino al prossimo 31 dicembre 2021.

In questa maniera, sarebbe stato possibile svolgere i processi mediante la trattazione di atti scritti da inviare via pec al giudice, qualora una delle parti con il proprio difensore ne desse la disponibilità.

Il 3 luglio scorso, la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, in sede referente, a seguito di un’interlocuzione diretta fra Unione Camere Penali Italiane, Ministero della Giustizia e forze politiche della maggioranza, ha approvato una riformulazione dell’emendamento governativo che accorcia drasticamente al 31 ottobre 2020 la vigenza delle disposizioni riguardanti il processo da remoto, previste dal Cura Italia.

L’intento era quello di valorizzare istituti la cui attuazione, in questi mesi, ha dato riscontri positivi ma le perplessità degli addetti ai lavori, e non solo, hanno costretto l’Esecutivo a fare un clamoroso passo indietro.

Il dubbio è che sulla ripartenza della giustizia le idee siano poche, confuse e del tutto inadeguate rispetto all’urgenza che richiede un comparto ormai allo stremo.

Dall’inizio di questa legislatura, senza scomodare le precedenti, troppe volte si è letto e parlato di piani straordinari, investimenti ambiziosi e politiche assunzionali senza precedenti. In poche parole, politiche mai viste prima.

Il cortocircuito nasce quando, soprattutto dopo un’emergenza epidemiologica e l’ennesimo annuncio di un piano di rilancio del sistema giustizia, bisogna spiegare al presidente di un tribunale qualsiasi perché non arrivano le assunzioni promesse e per quale motivo mancano le strumentazioni informatiche insieme alle aule per celebrare i processi.

Quella è la parte più difficile ed è qui che le dichiarazioni ad effetto e i lodevoli propositi lasciano il posto a perplessità e tentennamenti.

Nonostante l’annunciata ripresa delle attività negli uffici giudiziari, infatti, la pandemia continua a creare problemi e molti presidenti di tribunali e corti d’appello stanno facendo sentire la loro voce, decisi a rivendicare le loro istanze.

Le conseguenze dell’epidemia, più che nell’immediato, saranno evidenti soprattutto in futuro. Le difficoltà riguardano, specialmente, il settore penale nel quale molti processi sono stati rinviati addirittura al 2023 e sui quali pende la mannaia della prescrizione.

Nella quasi totalità dei casi, pesano le gravi scoperture di organico del personale amministrativo a causa delle quali, già in condizioni normali, non è possibile stare al passo con la produttività dei giudici.

È giusto raccogliere le istanze di avvocati e magistrati ma sarebbe più logico ascoltare chi lavora nei tribunali, nelle corti d’appello e nelle cancellerie per avere contezza di una situazione ormai sull’orlo del tracollo.

È fin troppo chiaro che l’intero sistema giudiziario andrebbe completamente ripensato e non solo riguardo alla lunghezza dei processi ma anche alla digitalizzazione che, quando c’è, risulta inadeguata e incompleta. A tal proposito, se potessero, i giudici di pace racconterebbero di troppi atti scritti e di un’eccessiva burocrazia.

Quanto alle carenze di personale amministrativo, il dl Rilancio, prevede 3.250 assunzioni che dovrebbero consentire alla macchina giudiziaria di ripartire e, in particolare, il reclutamento di 650 unità per il Corpo della Polizia Penitenziaria mediante scorrimento di graduatorie.

Assunzioni che lo stesso Guardasigilli non ha esitato a definire “un’iniezione di risorse, cruciale per far ripartire la macchina della giustizia dopo un periodo di fermo imposto dalla pandemia”. Tali assunzioni, però, per quanto semplificate, sono ancora ferme sulla carta e non è ancora chiaro quando e come vedranno la luce.

In particolare, mentre si discute di piani straordinari e nuove politiche assunzionali, gli idonei assistenti giudiziari la cui graduatoria, interamente finanziata, è l’unica immediatamente fruibile, sono ancora a casa, in attesa di una convocazione.

Ecco, la differenza tra la giustizia raccontata dai proclami e dai farraginosi provvedimenti della politica e quella narrata dalla faticosa quotidianità degli uffici giudiziari è tutta qui. In mezzo c’è un comparto ridotto alla pressoché totale ininfluenza.

In queste condizioni il ritorno ad una parvenza di normalità sarà molto difficile.

L’unica certezza è che se non si interviene in maniera concreta e decisa sulle reali urgenze del sistema, a cominciare dalle assunzioni, non più procrastinabili, di personale qualificato, per la giustizia sarà un’altra occasione persa. L’ennesima di una lunga serie.

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