ASSISTENTI GIUDIZIARI, LA SCELTA DELLA SEDE AL TEMPO DEL COVID

In questi giorni, gli idonei assistenti giudiziari, selezionati mediante il concorso ad 800 posti, a tempo indeterminato, indetto nel novembre 2016, stanno scegliendo la sede di destinazione.

In considerazione delle norme sanitarie attualmente in vigore per l’emergenza da Covid-19, il Ministero della Giustizia ha deciso di procedere con modalità telematiche utilizzando la piattaforma Microsoft Teams.

L’urgenza è quella di rispettare le regole imposte dalla pandemia con una minore mobilità sul territorio e garanzia di distanziamento fisico. Di qui, la necessità di immaginare un nuovo metodo per procedere allo scorrimento della graduatoria degli idonei assistenti giudiziari, rallentato dagli effetti del Coronavirus.

Una procedura semplice che, da parte del Ministero, ha richiesto pochi passaggi preliminari. Ai candidati è stato chiesto di inviare un documento d’identificazione in corso di validità e di riconfermare la mail a cui trasmettere l’invito alla piattaforma.

Successivamente, dopo l’individuazione delle sedi e la calendarizzazione delle convocazioni, dal 27 luglio, gli idonei convocati, circa 50 al giorno, hanno potuto effettuare la loro scelta.

In caso di mancata connessione, si procederà attraverso una semplice telefonata per ottenere il supporto tecnico necessario.

Tali modalità hanno permesso al Ministero di operare senza particolari difficoltà soprattutto per quanto concerne la lavorazione dei verbali e la predisposizione dei contratti che saranno firmati il 28 settembre prossimo, giorno stabilito per la presa di servizio.

Sicuramente un vantaggio anche dal punto di vista economico, per l’Amministrazione ma soprattutto per gli stessi idonei che hanno potuto compiere la propria scelta da casa, con l’opportunità di vedere in tempo reale la disponibilità delle sedi.

Un’esperienza del tutto nuova ma replicabile in vista della convocazione degli ultimi 337 idonei.

Così, anche il momento più atteso come quello della scelta della sede di destinazione, si è dovuto adeguare alle esigenze dettate dalla pandemia.

La presenza ha lasciato il posto a un invito inviato via mail e la possibilità di guardarsi negli occhi è stata affidata allo schermo di un computer, di uno smartphone o di un tablet. Nessuna possibilità di stringere le mani dell’altro o di abbracciarsi per un traguardo tanto desiderato. È il segno dei tempi.

Quelle che restano immutate sono l’ansia, l’emozione e, in taluni casi, la preoccupazione per un futuro tutto da scrivere. Parallelamente, anche quello del sistema giustizia è un futuro tutto da pianificare.

L’assunzione dei restanti 837 idonei assistenti giudiziari, che porterà al complessivo assorbimento nell’Amministrazione dello Stato di tutti i 4.915 candidati presenti nella graduatoria ufficializzata il 14 novembre 2017, consentirà al comparto di ripartire dopo tanti mesi. Non è un caso che la macchina giudiziaria riparta proprio da qui.

Il concorso era stato indetto a distanza di quasi venti anni dall’ultimo e in un momento in cui, nella giustizia e nella pubblica amministrazione in generale, di concorsi se ne vedevano davvero pochi.

Anni di politiche di spending review e di blocco del turn over avevano ridotto l’intero sistema al collasso. Poche le risorse umane, materiali e finanziarie per non parlare, poi, del personale troppo anziano e di una scarsa digitalizzazione.

Il concorso ha fatto da apripista a tanti altri arrivati successivamente, alcuni dei quali riprenderanno a breve. Non per questo, però, le cose sono migliorate.

I 500 idonei, che in questi giorni stanno scegliendo la sede di destinazione e i restanti 337, non potranno colmare i gravi vuoti ancora presenti negli organici di tribunali e corti d’appello. Le loro competenze saranno importanti ma non sufficienti.

Lo sanno bene coloro che, a vario titolo, operano nella giustizia tutti i giorni e sono costretti a fare i conti con carenze di personale, carichi di lavoro da smaltire e numerosi pensionamenti annunciati per il prossimo triennio.

Ultimamente, si è parlato spesso del Tribunale di Roma, il più grande d’Europa che, a fronte di 1.250 unità di personale, ne annovera circa 850.

Nei giorni della fase 2, proprio dalla Capitale, è partita la protesta organizzata dall’Ordine degli Avvocati di Roma contro la lentezza della macchina giudiziaria.

Un grido di dolore che è andato oltre gli uffici giudiziari romani e al quale si sono uniti tutti gli avvocati italiani, pronti a tutelare i diritti e le libertà dei cittadini in condizioni di sicurezza e con il personale necessario per garantire il servizio indifferibile della giustizia.

Se nella Capitale, l’attività giudiziaria procede tra mille difficoltà, nei piccoli tribunali le cose vanno ad intermittenza con realtà dove le carenze negli organici sfiorano il 40% mentre altri tribunali cominciano, seppur lentamente, a rialzare la testa.

È il caso del palazzo di giustizia di Vasto dove, fino a un anno fa, il rischio paralisi era più che concreto a causa della mancanza del personale amministrativo.

Per settembre, sono attesi un nuovo magistrato e tre assistenti giudiziari che, proprio in questi giorni, hanno scelto la sede abruzzese.

In tutto 10 assistenti giudiziari, un risultato che fino a poco tempo fa sembrava davvero insperato, vista la difficile situazione in cui versano i tribunali abruzzesi.

È proprio in quest’ottica che l’assunzione degli ultimi 837 idonei assume un significato ancora più importante che va ben oltre quello dell’esaurimento integrale della graduatoria.

Queste assunzioni dimostrano che per il sistema giustizia è necessario procedere ad un importante ricambio generazionale che rimetta in piedi un settore, ormai, ripiegato su se stesso.

L’unica graduatoria a disposizione del Ministero e, tuttora ancora fruibile, è la risposta alla domanda di giustizia di addetti ai lavori, cittadini e imprese.

In particolare, rappresenta il punto di ripartenza di un comparto che deve riprendersi i suoi spazi e i suoi tempi ma anche pianificare un nuovo percorso per recuperare la dignità e il decoro che merita.

ASSISTENTI GIUDIZIARI, UFFICIALE L’ ESAURIMENTO DELLA GRADUATORIA. BONAFEDE: “DARANNO IL LORO CONTRIBUTO ALLA GIUSTIZIA”

Assunzioni senza precedenti. Sono quelle che il Guardasigilli ha annunciato durante il question time alla Camera.

Un piano assunzionale mai visto prima, nella consapevolezza che investire sul sistema giustizia sia una condizione necessaria per sostenere tutte le riforme alle quali l’Esecutivo sta lavorando.

La settimana scorsa ho disposto l’assunzione, a tempo indeterminato, mediante ultimo scorrimento e con definitivo esaurimento della graduatoria, degli 837 candidati risultati idonei nel concorso ad 800 posti di assistente giudiziario” ha dichiarato con soddisfazione il ministro.

Lo scorrimento è stato articolato in una prima fase che si svolgerà dal 27 luglio al 7 agosto e che avrà ad oggetto 500 idonei, compresi i titolari di preferenza o prescelta ex lege e, in una seconda fase, che riguarderà i restanti 337.

Uno sforzo che è stato reso possibile anche dal decreto ministeriale, che lo stesso Bonafede ha sottoscritto alcuni giorni fa, con il quale l’amministrazione ha incrementato di 194 unità il ruolo di assistente giudiziario, riequilibrando le varie qualifiche professionali rispetto ai flussi di lavoro di molti uffici.

Numeri importanti ma, tuttavia, non sufficienti. Il Guardasigilli, infatti, ha voluto ricordare altre procedure in corso, fra le quali quella per 616 operatori giudiziari le cui prime assunzioni sono già state formalizzate il 20 luglio scorso.

A breve, saranno ricalendarizzate le prove scritte per il concorso che prevede l’assunzione di 2.242 funzionari giudiziari e sono previste selezioni per 109 conducenti di autoveicolo e 97 ausiliari.

Inoltre, le recenti disposizioni del decreto Rilancio, permetteranno l’emanazione di tre bandi con procedure speciali per titoli e prove orali, con l’obiettivo di garantire la celerità del reclutamento e l’accuratezza della selezione per 400 direttori, 2.700 cancellieri, 150 funzionari giudiziari.

Tali disposizioni consentiranno l’assunzione, a tempo determinato, di un contingente di 1.000 unità di operatori giudiziari, anche in sovrannumero, da utilizzare come task force per lo smaltimento dell’arretrato e la digitalizzazione del processo penale.

Il Guardasigilli ha annunciato anche la sottoscrizione, avvenuta il 15 luglio scorso, di un nuovo accordo per la mobilità che servirà a garantire movimenti di personale sul territorio.

Un’iniezione massiccia di risorse che sarà attuata con la convinzione che uno degli aspetti fondamentali, se non il più importante, affinché la giustizia possa finalmente funzionare in maniera equa ed efficiente e con tempi ragionevoli, risiede proprio nel potenziamento degli organici.

Il ministro Bonafede ha terminato il suo intervento annunciando l’intenzione di voler continuare nella direzione già intrapresa in modo che le riforme del processo civile e penale, attualmente all’esame del Parlamento, una volta approvate, possano contare su risorse qualificate in grado di attuarle.

La giustizia prova a ripartire con nuovo personale, soprattutto attraverso l’esaurimento integrale della graduatoria determinatasi a seguito del concorso per il profilo di assistente giudiziario.

A questo punto, però, sono necessari alcuni rilievi sulle modalità di convocazione di questi giorni.

Il 16 luglio, con provvedimento del Direttore Generale del Personale e della Formazione, era stata disposta l’assunzione, a tempo indeterminato, dei residui 837 candidati, con la pubblicazione dei nomi dei primi 500 idonei.

Con provvedimento della Direzione Generale del Personale e della Formazione del 17 luglio, a parziale modifica e integrazione del provvedimento del 16, è stato ritenuto opportuno pubblicare l’elenco integrale degli 837 candidati al posto di quello parziale del giorno prima.

Uno scorrimento unico a tutti gli effetti, articolato in due fasi e che ha dato la precedenza a tutti i titoli di preferenza anche post 500, come previsto dal provvedimento.

Tale modus operandi, però, ha modificato completamente la composizione dell’elenco dei convocati.

In questa maniera, infatti, gli ultimi 24 che figuravano nella prima graduatoria, sono rimasti fuori e dovranno attendere la convocazione dei restanti 337.

Di conseguenza, chi ha sempre occupato una determinata posizione, in virtù di una graduatoria di merito ufficiale approvata al termine del concorso, è sceso di diversi posti.

Inoltre, le rinunce espresse sono state convocate ugualmente, nonostante i candidati abbiano inviato regolare pec al Ministero per comunicare ufficialmente la rinuncia.

A fronte di 619 carenze al 1° luglio e con 27 rinunce espresse, si sarebbe potuto convocare 527 idonei per dare a tutti la possibilità di scelta della sede.

Tale modus operandi, invece, ha precluso la convocazione a 24 persone.

Un boccone amaro da mandare giù per coloro che già figuravano nel primo blocco e che pensavano di varcare la soglia di un ufficio giudiziario il prossimo 28 settembre, ma anche per tutti gli altri idonei che sono scesi di diverse posizioni in graduatoria, alcuni ritrovandosi fra gli ultimi con una scelta che sarà limitata.

Il provvedimento di convocazione è unico, questo è vero, ma sarebbe stato più giusto garantire equità e correttezza alla procedura.

Si tratta di persone, chiamate ad effettuare una scelta destinata a cambiare radicalmente la loro vita. Queste convocazioni potevano essere gestite diversamente e meglio.

Tuttavia, lo scorrimento totale della graduatoria è ormai ufficiale. In questi giorni i 500 convocati stanno effettuando la scelta della sede di destinazione.

Per quanto riguarda gli ultimi 337, l’appuntamento dovrebbe essere rinviato a dopo la sospensione feriale e l’auspicio è che possano fare il loro ingresso in un ufficio giudiziario prima della fine dell’anno.

Solo quando il 4.915esimo idoneo sarà assunto, si potrà finalmente dire che l’obiettivo di tutti sarà stato raggiunto.

Un punto di arrivo da ascrivere soprattutto a tutti gli idonei che hanno sempre creduto in un’impresa che, all’inizio, si annunciava complicata. Nonostante le numerose difficoltà, la perseveranza e la determinazione hanno avuto la meglio, portando a compimento un cammino spesso pieno di insidie.

Il risultato è che questi ragazzi, con le loro competenze e le loro oggettive professionalità, sono pronti a dare un contributo determinante per la ricostruzione del sistema giudiziario italiano.

ASSISTENTI GIUDIZIARI, ULTIMO SCORRIMENTO E DEFINITIVO ESAURIMENTO DELLA GRADUATORIA

Quella del 16 luglio 2020 è una data che tutti gli idonei assistenti giudiziari non dimenticheranno.

Con provvedimento del Direttore generale del Personale e della Formazione, infatti, è stata disposta, mediante ultimo scorrimento con definitivo esaurimento della graduatoria, l’assunzione a tempo indeterminato dei residui 837 candidati del concorso ad 800 posti per il profilo di assistente giudiziario, 500 dei quali saranno convocati entro il 7 agosto mentre i restanti idonei saranno chiamati dopo la sospensione feriale.

In considerazione delle norme sanitarie attualmente in vigore a causa dell’emergenza Coronavirus, la scelta della sede sarà effettuata con modalità da remoto, tramite la piattaforma Microsoft Teams, nelle giornate comprese fra il 27 luglio e il 7 agosto.

La sottoscrizione del contratto avverrà direttamente il 28 settembre 2020, data stabilita per la presa di servizio, presso l’ufficio di destinazione scelto dal candidato oppure assegnato d’ufficio.

Le prossime assunzioni degli idonei assistenti giudiziari, rappresentano una vera e propria iniezione di risorse, viste le numerose carenze negli organici con le quali il sistema giustizia è costretto a fare i conti da tempo, senza dimenticare i numerosi pensionamenti previsti per il prossimo triennio.

Numeri impietosi che raccontano di un comparto che ha bisogno di personale e di un ricambio generazionale di cui la suddetta graduatoria è il simbolo.

A tal proposito, il 17 luglio si è svolta una riunione sul fabbisogno e sulla parziale revisione della pianta organica per il profilo di assistente giudiziario.

All’incontro hanno partecipato le organizzazioni sindacali e, per la parte pubblica, il Capo Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria, Barbara Fabbrini, con il Direttore Generale del Personale e della Formazione, Alessandro Leopizzi.

Nel corso della riunione sono stati illustrati i dati relativi alle cessazioni, rilevati tra il 2019 e il 9 luglio di quest’anno, quelli riguardanti le scoperture al 1° luglio e la stima delle cessazioni per il triennio 2020/2022.

Per quanto riguarda la figura di assistente giudiziario, le cessazioni per il 2019 sono state 535, 277 delle quali dovute a dimissioni mentre, dal 1° gennaio al 9 luglio 2020, sono state 327, di cui 207 per dimissioni. Un dato importante che supera di gran lunga quello delle cessazioni per limiti di età.

Complessivamente le cessazioni per il 2019 sono state 1.759 mentre, dal 1° gennaio al 9 luglio di quest’anno, 1.150.

Un numero considerevole a cui si aggiungono le stime delle cessazioni previste per il triennio 2020/2022 che si attestano sulle 4.889 unità, pari all’11,38% rispetto alla pianta organica.

Il Piano Triennale del Fabbisogno del Personale, in fase di aggiornamento e con programmazione prolungata al 2022, prevede la copertura complessiva di 9.164 carenze di personale non dirigenziale, di cui 1.000 a tempo determinato.

A queste andranno ad aggiungersi ulteriori 800 unità, sempre a tempo determinato, previste dal decreto Sicurezza Bis, per un totale di 9.964 unità alle quali vanno sommate 1.457 unità derivanti da processi di riqualificazione del personale, nonché 40 unità di dirigenti di II fascia.

Un impegno ingente che andrà a gravare sui fondi straordinari previsti dalle legge di bilancio 145/2018 e sulle capacità assunzionali stimate fino al 2022.

Il piano assunzionale 2019/2021, sottoscritto dal Guardasigilli Bonafede nel giugno 2019, viene così ampliato da 8.135 unità a quasi 10.000.

La maggior parte di queste assunzioni, però, arriverà soltanto tra il 2021 e il 2022 a seguito di concorsi ancora da bandire oppure già in corso ma, allo stato attuale, bloccati a causa dell’emergenza epidemiologica. Bisognerà aspettare, insomma.

Nell’attesa, si riparte dall’unica graduatoria di cui il Ministero dispone da quasi tre anni e che consentirà di dare una risposta alla domanda di giustizia di addetti ai lavori e cittadini.

Sono tanti i tribunali e le corti d’appello del nostro Paese letteralmente piegati dalle carenze di personale, con i processi rinviati, in taluni casi, anche al 2024 e tanti, troppi pensionamenti, tamponati con procedure di mobilità e protocolli sottoscritti con altri enti, spesso utilizzando personale non qualificato.

Da ultimo, il Coronavirus ha aggravato una condizione già preoccupante, restituendo l’immagine di una giustizia in caduta libera dove la ripartenza resta un’utopia.

L’esaurimento integrale della graduatoria, determinatasi a seguito dell’esito del concorso ad 800 posti per il profilo di assistente giudiziario, è la risposta che idonei e operatori della giustizia attendono da tempo ma, purtroppo, non sarà sufficiente.

Infatti, fra gli 837 idonei, quelli che risponderanno all’appello del Ministero saranno decisamente meno. Tante le rinunce perché, in attesa della tanto agognata assunzione, la maggior parte ha sostenuto e superato altri concorsi.

Altrettante le dimissioni, le cessazioni per limiti di età e le vacanze disponibili che, al 1° luglio 2020, sono 619 mentre due mesi fa erano 493.

Con oltre 600 scoperture, viene da chiedersi perché il Ministero abbia atteso la metà di luglio per convocare soltanto 500 unità, quando avrebbe potuto convocarne di più, accelerando lo scorrimento definitivo della graduatoria.

La domanda è lecita soprattutto in considerazione del provvedimento pubblicato il 17 luglio, con il quale la Direzione generale del personale e della formazione del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, a parziale modifica e integrazione del provvedimento del 16 luglio, ha ritenuto opportuno pubblicare l’elenco integrale degli 837 candidati al posto di quello parziale del giorno prima.

L’ipotesi più plausibile potrebbe essere che il Ministero, deciso a coprire tutte le 500 sedi e in previsione di molte rinunce, successivamente, potrebbe decidere di chiamare i candidati del secondo blocco fino alla totale copertura dei posti.

Resta il fatto che l’esaurimento integrale della graduatoria degli idonei assistenti giudiziari arriva in un momento assai caotico per la giustizia, paralizzata da tribunali divenuti inaccessibili ormai da mesi, con la maggior parte dei processi rinviati e linee guida feudali adottate da ogni singolo tribunale.

L’assunzione dei restanti idonei arriva soprattutto in una fase in cui, dopo l’emergenza da Covid-19, i problemi legati alle gravi carenze strutturali e di organico nei palazzi di giustizia italiani, sono tornati prepotentemente di attualità.

Allo stesso tempo, però, proprio il Coronavirus, ha fornito l’opportunità per ripensare una riorganizzazione del sistema giudiziario, nel segno di una maggiore efficienza.

L’unico dato certo è che la giustizia deve ripartire dalle risorse umane, autentiche fondamenta di un pilastro della società civile e patrimonio di tutti.

CAOS GIUSTIZIA, NO DI BONAFEDE ALL’ UTILIZZO DELLE SEDI SOPPRESSE, CANCELLERIE SENZA PERSONALE E UDIENZE RINVIATE AL 2024

In ogni fase dell’emergenza, il Ministero ha fornito agli uffici giudiziari ogni forma di assistenza nell’organizzazione dell’attività giurisdizionale anche attraverso circolari generali volte a garantire la tendenziale uniformità delle modalità di esercizio dei poteri organizzativi”.

Lo ha dichiarato il Guardasigilli, rispondendo al Senato al question time sulla fase 3 dell’emergenza Coronavirus nel sistema giudiziario.

Bonafede ha rivendicato le misure organizzative e logistiche adottate dal Ministero per la tutela della salute, dell’igiene e della sicurezza di tutti gli uffici.

Insieme ai provvedimenti di carattere igienico-sanitario, il ministro ha voluto sottolineare anche le misure logistico-organizzative, tra le quali la regolamentazione dell’accesso ai servizi, l’istituzione di percorsi dedicati all’utenza e la gestione di una banca dati delle aule migliori al fine di assicurare il distanziamento sociale e le altre prescrizioni sanitarie.

Quando si parla di organizzazione e logistica, il discorso cade inevitabilmente sul problema degli spazi, soprattutto in considerazione della ripresa dell’attività giudiziaria.

I tribunali soffrono la mancanza di locali adeguati e non solo a causa del rischio di potenziali assembramenti ma anche perché, in alcuni territori, i palazzi di giustizia non ci sono più.

A rimarcarlo, il senatore Marco Petrosino (Forza Italia) che, nel corso del question time, ha presentato un’interrogazione nella quale ha chiesto di utilizzare gli spazi dei tribunali dismessi, a seguito della revisione della geografia giudiziaria del 2012, per fare fronte all’esigenza di distanziamento imposta dall’emergenza epidemiologica.

L’articolo 8, comma 4bis del decreto legislativo 155/2012, prevede che il Ministero della Giustizia possa disporre, mediante apposite convenzioni da stipulare con Regioni e Province Autonome, l’utilizzo temporaneo degli immobili delle sedi giudiziarie soppresse.

Una proposta che, però, il Guardasigilli ha prontamente rispedito al mittente spiegando che “non appare di immediata praticabilità, avendo tempi tecnici che non appaiono compatibili con le esigenze di carattere emergenziale”. In sintesi, non si può fare. Sarebbe stato più logico, infatti, provvedere in tempi non sospetti.

La revisione della geografia giudiziaria ha portato alla soppressione di 31 tribunali, di tutte le sezioni distaccate di Tribunale e il drastico taglio degli Uffici dei Giudici di Pace.

Una riforma che ha modificato le modalità di accesso alla giustizia per i cittadini, ritenuta dagli addetti ai lavori sbagliata nel metodo perché fatta a costo zero, tagliando in maniera sistematica e drastica dei presidi di legalità.

Nel Contratto sottoscritto dal Governo Conte I, al punto 12 veniva specificato che occorre una rivisitazione della geografia giudiziaria, modificando la riforma del 2012 che ha accentrato sedi e funzioni, con l’obiettivo di riportare tribunali, procure ed uffici del giudice di pace vicino ai cittadini e alle imprese”. Allo stato attuale, nulla di tutto questo è stato fatto anche perché, nel frattempo, siamo passati al Conte II e le priorità sono cambiate.

Paradossalmente, le sorti della giustizia sono sempre state legate alle categorie del tempo e dello spazio. Prima dell’emergenza da Covid si parlava di tempistiche troppo lente che compromettevano l’efficienza dell’attività giudiziaria.

La pandemia ha peggiorato ulteriormente una condizione già precaria ma, con la fine del lungo ponte sospensionale, ha costretto un intero sistema a ripensare e riorganizzare i suoi spazi vitali per consentire alla giustizia stessa di poter sopravvivere.

Che la macchina giudiziaria sia lenta, è cosa nota ma è stato il Coronavirus a far emergere la necessità di riportarla allo spazio che le compete. La giustizia non può rinunciare a un suo luogo istituzionale riconoscibile in quanto tale ma, evidentemente, tutto questo non è ancora chiaro.

Un’eventuale riapertura dei tribunali soppressi, considerato che in molte sedi attualmente attive non ci sono locali sufficientemente ampi per garantire la sicurezza dei dipendenti e degli utenti, sarebbe stata la soluzione più giusta per evitare assembramenti e consentire il distanziamento.

Inoltre, ciò avrebbe garantito lo smaltimento più veloce dei carichi di lavoro che si sono aggiunti all’arretrato già esistente prima dell’emergenza, senza dimenticare che intorno ai tribunali chiusi si è verificata la desertificazione economica e sociale di interi territori.

Il Guardasigilli dice che ora non ci sono le tempistiche ma negli anni addietro si sarebbe potuto intervenire se non altro per ripristinare la piena funzionalità del sistema.

La giustizia efficiente ed equa che Bonafede ha in mente è ancora molto lontana e gli effetti del Coronavirus la rendono quasi utopistica.

A Roma, pur di evitare ogni assembramento, le udienze rinviate sono numerose e, in alcuni casi, si arriva addirittura al 2024. Gli ingressi sono contingentati e l’accesso alle cancellerie è previsto soltanto prendendo appuntamento giorni prima.

Ancora una volta, a scandire il lento incedere della giustizia, c’è una pesante mole di fascicoli e linee guida che dispensano indicazioni per entrare in tribunale, depositare gli atti e assistere alle udienze.

Le modalità di esercizio dei poteri organizzativi affidati espressamente dal legislatore ai dirigenti di ogni ufficio giudiziario hanno prodotto un’infinità di protocolli e circolari differenti anche all’interno di uno stesso tribunale.

Il risultato è stato una mancata partenza della fase 2 e una fase 3 tutta in salita, con il personale, quello che c’è, in larga parte ancora smart working.

Riorganizzare le attività e garantire una giustizia più snella è una priorità che, in questo momento, incontra ancora molti ostacoli, il più pesante dei quali è rappresentato dalla grave carenza di personale di cancelleria.

A Napoli, nonostante siano riprese le udienze, gli uffici giudiziari non riescono a smaltire l’arretrato e, in Appello, i corridoi sono pieni di faldoni.

Il problema dei vuoti di organico che la giustizia si porta dietro da tempo, durante l’emergenza è venuto fuori in tutta la sua drammaticità oltre a quello delle strutture che non consentono il distanziamento e l’applicazione dei protocolli anti-contagio.

Nonostante ciò, il ministro non ritiene di utilizzare i tribunali soppressi e la giustizia, almeno per ora, dovrà accontentarsi degli spazi angusti che ha a disposizione e dei protocolli dei singoli capi degli uffici per gestire l’afflusso ai tribunali.

Quanto alle carenze del personale amministrativo, malgrado le numerose assunzioni previste dal dl Rilancio e annunciate con grande enfasi, è ancora tutto fermo così come lo scorrimento della graduatoria determinatasi a seguito dell’esito del concorso per il profilo di assistente giudiziario.

Anche in questo caso, tante rassicurazioni circa l’intenzione da parte del Ministero di assumere entro l’autunno gli 837 idonei restanti ma, finora, nulla di concreto.

Con queste premesse, la ripartenza sarà davvero impossibile e la giustizia resterà ancora per molto tempo confinata in una lunga e inspiegabile quarantena.

LA FASE 3 DELLA GIUSTIZIA, BONAFEDE: “CON IL DL RILANCIO INIEZIONE DI RISORSE PER LA RIPARTENZA DEL SISTEMA”

Dal 1° luglio è partita la fase 3 della giustizia che ha anticipato di un mese la fine dell’emergenza epidemiologica fissata, in principio, al 31 luglio.

Con l’approvazione definitiva del dl 28/2020, convertito nella legge 70/2020 e già in vigore, la data di conclusione del lungo lockdown degli uffici giudiziari è stata ripristinata al 30 giugno.

Con la fine dell’emergenza, è caduto anche il potere da parte dei presidenti dei tribunali di emanare linee guida sull’organizzazione dell’attività giudiziaria, attribuito dall’art. 83 del decreto Cura Italia. Ciò nonostante, resta l’obbligo di garantire i criteri organizzativi stabiliti dalle norme sanitarie attualmente in vigore.

Come preannunciato nei giorni scorsi dal Guardasigilli, le udienze dovrebbero riprendere in sicurezza e con regolarità. Niente più rinvii dei processi e anche le cancellerie, seppur gradualmente, dovrebbero tornare a lavorare a pieno regime. Ovviamente, il condizionale è d’obbligo.

Dopo un’interminabile paralisi dell’attività giudiziaria e una fase 2 mai decollata, la giustizia passa direttamente alla fase 3, sempre sotto il segno dello smart working e delle modalità da remoto.

Nonostante le rassicurazioni del Ministro Bonafede che, nei giorni scorsi, a margine di un incontro con rappresentanti dell’Avvocatura e dell’Associazione Nazionale Magistrati, ha annunciato un ambizioso piano straordinario per la giustizia, c’è davvero poco di cui essere ottimisti.

Tra le tante iniziative destinate alla ripartenza del sistema giudiziario anche quella, del tutto sperimentale, di preservare il processo da remoto con l’obiettivo di migliorare la funzionalità degli uffici giudiziari.

Nel mese di giugno, infatti, il Governo aveva presentato un emendamento all’articolo 221 del dl Rilancio con l’obiettivo di far entrare a pieno regime il processo da remoto, con l’utilizzo della videoconferenza nelle udienze fino al prossimo 31 dicembre 2021.

In questa maniera, sarebbe stato possibile svolgere i processi mediante la trattazione di atti scritti da inviare via pec al giudice, qualora una delle parti con il proprio difensore ne desse la disponibilità.

Il 3 luglio scorso, la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, in sede referente, a seguito di un’interlocuzione diretta fra Unione Camere Penali Italiane, Ministero della Giustizia e forze politiche della maggioranza, ha approvato una riformulazione dell’emendamento governativo che accorcia drasticamente al 31 ottobre 2020 la vigenza delle disposizioni riguardanti il processo da remoto, previste dal Cura Italia.

L’intento era quello di valorizzare istituti la cui attuazione, in questi mesi, ha dato riscontri positivi ma le perplessità degli addetti ai lavori, e non solo, hanno costretto l’Esecutivo a fare un clamoroso passo indietro.

Il dubbio è che sulla ripartenza della giustizia le idee siano poche, confuse e del tutto inadeguate rispetto all’urgenza che richiede un comparto ormai allo stremo.

Dall’inizio di questa legislatura, senza scomodare le precedenti, troppe volte si è letto e parlato di piani straordinari, investimenti ambiziosi e politiche assunzionali senza precedenti. In poche parole, politiche mai viste prima.

Il cortocircuito nasce quando, soprattutto dopo un’emergenza epidemiologica e l’ennesimo annuncio di un piano di rilancio del sistema giustizia, bisogna spiegare al presidente di un tribunale qualsiasi perché non arrivano le assunzioni promesse e per quale motivo mancano le strumentazioni informatiche insieme alle aule per celebrare i processi.

Quella è la parte più difficile ed è qui che le dichiarazioni ad effetto e i lodevoli propositi lasciano il posto a perplessità e tentennamenti.

Nonostante l’annunciata ripresa delle attività negli uffici giudiziari, infatti, la pandemia continua a creare problemi e molti presidenti di tribunali e corti d’appello stanno facendo sentire la loro voce, decisi a rivendicare le loro istanze.

Le conseguenze dell’epidemia, più che nell’immediato, saranno evidenti soprattutto in futuro. Le difficoltà riguardano, specialmente, il settore penale nel quale molti processi sono stati rinviati addirittura al 2023 e sui quali pende la mannaia della prescrizione.

Nella quasi totalità dei casi, pesano le gravi scoperture di organico del personale amministrativo a causa delle quali, già in condizioni normali, non è possibile stare al passo con la produttività dei giudici.

È giusto raccogliere le istanze di avvocati e magistrati ma sarebbe più logico ascoltare chi lavora nei tribunali, nelle corti d’appello e nelle cancellerie per avere contezza di una situazione ormai sull’orlo del tracollo.

È fin troppo chiaro che l’intero sistema giudiziario andrebbe completamente ripensato e non solo riguardo alla lunghezza dei processi ma anche alla digitalizzazione che, quando c’è, risulta inadeguata e incompleta. A tal proposito, se potessero, i giudici di pace racconterebbero di troppi atti scritti e di un’eccessiva burocrazia.

Quanto alle carenze di personale amministrativo, il dl Rilancio, prevede 3.250 assunzioni che dovrebbero consentire alla macchina giudiziaria di ripartire e, in particolare, il reclutamento di 650 unità per il Corpo della Polizia Penitenziaria mediante scorrimento di graduatorie.

Assunzioni che lo stesso Guardasigilli non ha esitato a definire “un’iniezione di risorse, cruciale per far ripartire la macchina della giustizia dopo un periodo di fermo imposto dalla pandemia”. Tali assunzioni, però, per quanto semplificate, sono ancora ferme sulla carta e non è ancora chiaro quando e come vedranno la luce.

In particolare, mentre si discute di piani straordinari e nuove politiche assunzionali, gli idonei assistenti giudiziari la cui graduatoria, interamente finanziata, è l’unica immediatamente fruibile, sono ancora a casa, in attesa di una convocazione.

Ecco, la differenza tra la giustizia raccontata dai proclami e dai farraginosi provvedimenti della politica e quella narrata dalla faticosa quotidianità degli uffici giudiziari è tutta qui. In mezzo c’è un comparto ridotto alla pressoché totale ininfluenza.

In queste condizioni il ritorno ad una parvenza di normalità sarà molto difficile.

L’unica certezza è che se non si interviene in maniera concreta e decisa sulle reali urgenze del sistema, a cominciare dalle assunzioni, non più procrastinabili, di personale qualificato, per la giustizia sarà un’altra occasione persa. L’ennesima di una lunga serie.

ASSISTENTI GIUDIZIARI, FERRARESI: “FIGURA ESSENZIALE, LA GRADUATORIA SARÀ COMPLETATA ENTRO IL PROSSIMO AUTUNNO”

Il tema degli idonei assistenti giudiziari è sempre stata una priorità come tutte le altre assunzioni che abbiamo previsto per il Ministero della Giustizia”. Sono le parole del Sottosegretario Vittorio Ferraresi, ospite di Fuori Tg, rubrica del Tg3.

La ripartenza della giustizia passa innanzitutto da qui, dall’assunzione di nuove risorse e, nello specifico, dall’esaurimento integrale dell’unica graduatoria di cui dispone il Ministero.

Abbiamo fatto continui scorrimenti ogni volta che si presentava l’opportunità. Presto ci sarà uno scorrimento entro il mese di luglio ed uno successivo entro l’autunno” ha aggiunto Ferraresi.

Un impegno che il Ministero intende rispettare e che aveva già assunto in Parlamento in occasione dell’approvazione alla Camera del decreto Milleproroghe.

A margine della discussione in Aula, il Governo aveva dichiarato la sua disponibilità a valutare l’assunzione degli 837 idonei della graduatoria entro dicembre 2020.

A comunicarlo era stato il Sottosegretario all’Economia, Laura Castelli, rispondendo all’intervento dell’On. Bartolozzi (Forza Italia) che aveva sollecitato l’assunzione degli idonei rimasti. Era il 20 febbraio, a ridosso dell’emergenza Coronavirus.

La pandemia ha paralizzato tutte le attività produttive insieme ai servizi essenziali del nostro Paese e la giustizia non ha fatto eccezione.

Con il decreto 11/2020 è stata rimessa a tutti i capi degli uffici giudiziari la scelta, assolutamente discrezionale, dei criteri da adottare riguardo alla sospensione dei processi e alla riorganizzazione delle attività con l’inizio della fase 2.

La conseguenza diretta del provvedimento è stata la registrazione di circa 200 protocolli e di svariate direttive e circolari all’interno dello stesso tribunale.

Un grande caos e l’amara constatazione di aver perso un’opportunità per ridefinire un comparto che patisce notevoli carenze soprattutto per quanto riguarda gli organici.

Le ulteriori criticità determinate dall’emergenza epidemiologica, hanno ulteriormente appesantito il nostro sistema giudiziario mettendolo dinanzi ai suoi limiti e alle sue numerose inefficienze, con la consapevolezza che quelle politiche assunzionali, più volte annunciate, servono soprattutto in questo momento di stallo e non sono più rinviabili.

Senza la ripresa della giustizia non si va da nessuna parte. Il rischio è che non vengano rispettate le regole di democraticità dello Stato, disattese le aspettative economiche di un Paese e che non si possano tutelare i diritti delle persone.

Per ripartire, però, è necessario rafforzare il personale e gli assistenti servono soprattutto ora che, con l’approvazione definitiva del dl Giustizia, la data di conclusione della fase emergenziale negli uffici giudiziari è stata ripristinata al 30 giugno.

Significativa è stata la riunione che si è svolta il 24 giugno sui fabbisogni e sulla parziale revisione delle piante organiche degli assistenti giudiziari.

Alla videoconferenza, hanno partecipato le organizzazioni sindacali e, per la parte pubblica, il Capo Dipartimento dell’Organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi, Barbara Fabbrini, con il Direttore generale del personale, Alessandro Leopizzi.

Nel corso della riunione, il Capo Dipartimento ha evidenziato che si procederà alla redazione del nuovo piano triennale del fabbisogno del personale nel quale saranno previste nuove assunzioni anche per le figure Unep.

Per la figura di funzionario giudiziario ex art. 21 quater, è ipotizzabile l’esaurimento graduale della graduatoria entro la scadenza naturale prevista per il 2022, con un sostanzioso scorrimento che avverrà entro luglio.

Per quanto riguarda il profilo di assistente giudiziario, è stato annunciato un ampliamento della dotazione organica, con l’obiettivo di consentire l’assunzione degli ultimi 837 idonei rimasti in graduatoria, nonché l’emanazione di un decreto ministeriale che sarà registrato presso la Corte dei Conti.

Le carenze sono ben oltre le 493 dichiarate al 1° maggio di quest’anno, numerosi sono i pensionamenti e altrettanto importanti le dimissioni.

Come dichiarato dal Sottosegretario Ferraresi, il Ministero ha intenzione di completare la graduatoria entro l’autunno attraverso due blocchi.

Considerata la difficile condizione in cui versano gli uffici giudiziari, uno scorrimento unico sarebbe certamente più logico. L’assunzione degli 837 idonei rimasti, infatti, non sarà sufficiente a risolvere i pesanti vuoti di organico e a garantire la ripartenza dell’intero sistema.

La situazione è sempre più preoccupante e la ripresa dell’attività giudiziaria prevista dal prossimo 1° luglio, si annuncia irrealizzabile.

Le udienze sono fissate fino al 15 luglio e i magistrati stanno già procedendo a rinviare d’ufficio molti dei processi direttamente al 2023.

Anche lo smart working, strumento prezioso durante la fase del lockdown, non basterà a consentire la ripartenza dell’attività giurisdizionale e amministrativa se il personale di cancelleria non tornerà a lavoro negli uffici.

È proprio in un contesto così complesso che si inserisce l’esaurimento integrale della graduatoria degli idonei assistenti giudiziari poiché l’immissione di nuove risorse servirà a dare ossigeno ad un settore che, specialmente negli ultimi tempi, arranca sempre più vistosamente.

Il rafforzamento delle politiche assunzionali, pone anche il tema del ricambio generazionale in seno alla pubblica amministrazione e al sistema giudiziario.

Fra tutti gli Stati dell’Unione Europea, l’Italia è quello con il personale amministrativo più anziano, con una media di età che supera i 55 anni. Un problema che si riflette soprattutto sull’efficienza dei servizi.

Investire su nuove assunzioni equivale a valorizzare la qualità della sistema giudiziario di qualunque Paese e il tema delle risorse non è indifferente a quello della giurisdizione.

Se manca il personale amministrativo, magistrati, avvocati nonché gli operatori del diritto non sono in grado di operare.

Una riforma della giustizia può anche essere perfetta ma se mancano uomini, mezzi e strutture, il sistema si ferma ed è impossibile ripartire.

“Gli assistenti servono, sono una figura essenziale” ha dichiarato Ferraresi. La loro assunzione è altrettanto indispensabile così come lo scorrimento totale della graduatoria che si avvicina sempre di più e che fino tre anni sembrava un’ipotesi remota.

Il traguardo, stavolta, è davvero a portata di mano e gli 837 idonei sono pronti a dare il loro contributo.

GIUSTIZIA, RIPRESA IN SALITA E SENZA PERSONALE. L’ ATTESA DEGLI IDONEI ASSISTENTI GIUDIZIARI

Il Tribunale di Monza è il sesto in Italia per importanza. Nonostante ciò, le difficoltà di approntare le misure necessarie a garantire la tutela della salute e l’esercizio dell’attività giurisdizionale ed amministrativa sono molte.

Le cancellerie sono in larga parte inaccessibili per i cittadini e per gli operatori del diritto, le udienze rinviate sono tante e il carico di lavoro è aumentato. Da più parti si lamenta una cronica carenza di personale amministrativo, già sottodimensionato e ancora in smart working.

A fronte di un organico di 150 unità, ne risultano in servizio 98, con una scopertura che va ben oltre il 30% avvicinandosi, in alcuni casi, al 40%.

Le maggiori criticità discendono dalle gravissime carenze che riguardano il personale di maggior profilo e capacità organizzativa ma anche la mancanza di strumentazioni informatiche e spazi adeguati.

Nulla di nuovo, visto che questa è una condizione che il Tribunale di Monza si trascina dietro da anni, in attesa di una necessaria iniezione di nuove forze, senza le quali la paralisi sarà inevitabile.

Una situazione comune a quella di molti altri tribunali italiani, peggiorata dall’emergenza epidemiologica che ha assestato il colpo di grazia a un sistema intorno al quale politica e istituzioni giudiziarie non sono mai riuscite a trovare una quadra.

Con la fase 3, riparte anche la narrazione della giustizia e riprende da una riforma che, ancora prima del Coronavirus, era già motivo di scontro tra le forze politiche di maggioranza e opposizione.

Si ritorna ai vecchi problemi e alla vecchie discussioni, incuranti degli ulteriori danni che la pandemia ha provocato ad un comparto già precario, condannandolo alla pressoché totale irrilevanza.

In questi giorni, ha suscitato particolare interesse il Rapporto che la task force guidata da Vittorio Colao ha consegnato al Presidente Conte e che contiene una serie di indicazioni anche per la giustizia civile la cui riforma viene considerata un’occasione irripetibile per la trasformazione del Paese.

Quasi contemporaneamente alla pubblicazione del Piano Colao, anche Carlo Cottarelli ha presentato un documento sulla riduzione dei tempi della giustizia civile, ritenuta necessaria e non più rinviabile.

Da parte sua, il Governo ha sempre posto in cima alle sue priorità la riforma dell’intero ordinamento giuridico con l’obiettivo principale di dimezzare i tempi della giustizia.

Resta il fatto che tra i progetti di riforma, i disegni di legge delega che tuttora giacciono presso le Commissioni competenti e la situazione reale della giustizia, c’è un abisso fatto di inefficienze, carenze di ogni genere, una digitalizzazione che non è mai partita e mucchi di faldoni abbandonati negli archivi dei tribunali.

Il vero problema del nostro sistema giudiziario è legato al profilo organizzativo dell’intero settore. Non è una questione di strumenti legislativi ma di investimenti in strutture, uomini e mezzi.

A quanto pare, però, la politica fatica a comprenderlo, ostinandosi a correggere ripetutamente norme, che non potranno essere attuate per mancanza di personale oppure di strutture. Le riforme sono indispensabili ma per realizzarle servono le risorse necessarie e senza personale qualificato la giustizia si ferma.

Ecco perché il Tribunale di Monza appare come la rappresentazione plastica di un sistema sull’orlo del tracollo. Se non fosse per il personale amministrativo che, da sempre, consente alla macchina giudiziaria di restare in piedi, il sistema giudiziario sarebbe già imploso.

Dopo anni di spending review anche in tema di politiche assunzionali, si è tornati ad investire sulla giustizia e il concorso ad 800 posti per il profilo di assistente giudiziario ha fatto da apripista a una serie di nuove procedure concorsuali, alcune delle quali attualmente bloccate, causa emergenza Covid-19.

L’unica graduatoria di cui, finora, dispone il Ministero è tuttora in attesa di essere esaurita. All’appello, negli uffici giudiziari, mancano ancora 837 persone per le quali, tuttavia, la convocazione potrebbe arrivare già nei prossimi giorni e lo scorrimento integrale entro ottobre.

Pur non risolvendo i gravi problemi di organico presenti nelle cancellerie, l’assunzione degli idonei assistenti giudiziari rappresenterebbe un segnale importante per una giustizia che cerca di uscire dal pantano in cui è rimasta immobilizzata per troppo tempo.

Benché nell’ultimo anno siano state annunciate più volte politiche assunzionali ambiziose, corredate da numeri altrettanto importanti, l’unica graduatoria, reale, da cui attingere risorse qualificate è proprio quella che ha prodotto il concorso per il profilo di assistente giudiziario.

Per il resto, tutte le altre assunzioni, comprese le 3.250 unità inserite nel decreto Rilancio, al momento in fase di conversione, restano ancora sulla carta.

Davvero molto poco per una giustizia che ha l’obiettivo di consegnare ai cittadini un sistema “non soltanto più efficiente e celere ma anche più credibile”, come dichiarato in più occasioni dallo stesso Guardasigilli.

Parole impegnative e giuste ma che, finora, non hanno trovato alcun riscontro nella realtà degli uffici giudiziari, alle prese con gravi difficoltà.

Il resto è storia di questi ultimi tre mesi che ha visto la giustizia completamente paralizzata durante il lockdown, sospesa durante una fase 2 che non è mai esistita e che spera nella fase 3 per ripartire.

Una ripresa che, però, si annuncia in salita e con l’Avvocatura ancora sul piede di guerra a causa del mancato accoglimento delle sue richieste, tra le quali la definizione di modalità oggettive per lo svolgimento delle attività giudiziarie, l’immediata copertura delle piante organiche di magistrati e personale di cancelleria e la dotazione di adeguati strumenti informatici per le attività da remoto.

L’unica certezza, in un mare di incognite e timori per il futuro, è costituita dall’esigenza di rafforzare il personale amministrativo, tallone d’Achille ma, allo stesso tempo, punto di forza di un sistema giudiziario ormai ripiegato su stesso.

Gli 837 idonei assistenti giudiziari, 837 certezze, sono pronti per dare il loro contributo alla ripartenza della giustizia.

LA GIUSTIZIA RIPARTE, BONAFEDE: “UDIENZE REGOLARI E IN SICUREZZA GIÀ DAL 1° LUGLIO”

La giustizia riapre i suoi battenti. L’ufficialità è arrivata dallo stesso Guardasigilli che, nel corso di un question time al Senato, ha assicurato la ripresa della regolare celebrazione di tutte le udienze a partire dal prossimo 1° luglio.

Grazie al mutamento del contesto sanitario è giunto il momento di un ritorno alla normalità per la giustizia” ha dichiarato Bonafede, annunciando l’emanazione di una circolare “che riequilibra il rapporto tra lavoro in presenza e lavoro da remoto del personale amministrativo e mira a garantire, per quanto possibile, la regolare celebrazione delle udienze in condizioni di sicurezza”.

Di fatto, l’emergenza epidemiologica ha paralizzato l’attività giudiziaria, con i capi degli uffici a predisporre tutte le misure organizzative utili a contenere gli effetti negativi determinati dal blocco delle attività ma anche a garantire, a partire dal 12 maggio, una ripartenza che non è mai avvenuta.

La conseguenza è stata una moltitudine di protocolli e di linee guida diversificati per ogni Tribunale che ha generato un grande confusione e le proteste degli avvocati culminate, il 29 maggio scorso, in un flash mob.

Un gesto eclatante per ribadire l’assenza di provvedimenti omogenei, volti alla proposta di soluzioni risolutive per l’utilizzo degli strumenti telematici e per lo smaltimento dell’arretrato. Insomma, l’emergenza poteva essere gestita meglio.

Sono ben conscio della lamentata mancanza di omogeneità degli interventi ma devo sottolineare che l’affidamento delle scelte organizzative ai singoli dirigenti è stato deciso per calibrare gli interventi sulle specifiche esigenze delle singole realtà giudiziarie e territoriali nel corso dell’emergenza” ha commentato il Guardasigilli.

Con l’inizio della fase 2, il Ministero ha dato avvio al graduale ampliamento delle attività giurisdizionali e amministrative.

Dal 22 maggio è stata istituita la Cabina di regia nazionale per la gestione dell’attività giudiziaria proprio per garantire un monitoraggio della ripresa e assicurare interventi mirati ed efficaci. Inoltre, gli ingenti investimenti previsti con il decreto Rilancio consentiranno l’installazione di tutti i presidi di sicurezza necessari.

Un altro aspetto importante è quello che riguarda il personale amministrativo ancora in smart working.

Con la fase 3, la ripresa del lavoro negli uffici potrà essere gestita non solo con una diversa modulazione da parte del dipendente tra attività in presenza e attività in smart working ma anche coniugando una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro.

Per quanto riguarda la digitalizzazione, è ufficiale il primo step del processo penale telematico.

Il Ministero ha pubblicato un decreto, firmato dallo stesso Guardasigilli, che consente il deposito di memorie e istanze delle difese presso il pubblico ministero che abbia concluso le indagini preliminari.

Grazie a questo provvedimento, l’ufficio che ha avanzato richiesta per l’attivazione del deposito digitale potrà ricevere, per via telematica, le memorie e le istanze successive alla conclusione delle indagini preliminari e gli avvocati potranno operare tali depositi senza produrre e depositare ulteriormente il cartaceo.

Un passaggio fondamentale per l’ottimizzazione della giustizia e per la compressione dei tempi di definizione dei procedimenti, da sempre tallone d’Achille del nostro sistema giudiziario insieme alle gravi carenze negli organici.

La macchina giudiziaria ha urgenza, innanzitutto, dell’immissione di nuove risorse che consentano le riforme che si intendono attuare.

La fase 3 della giustizia italiana non dovrà essere soltanto quella della riapertura dei tribunali e della celebrazione di tutte le udienze ma anche quella della svolta del sistema giudiziario italiano, in primo luogo, attraverso l’assunzione di personale qualificato.

In attesa che i concorsi, bloccati a causa dell’emergenza epidemiologica, ripartano al più presto, l’unica graduatoria immediatamente fruibile è quella determinatasi a seguito dell’esito del concorso per il profilo di assistente giudiziario.

Nonostante i gravi vuoti di organico, l’arretrato da smaltire, i pensionamenti che nel prossimo triennio si annunciano numerosi ma, soprattutto, malgrado la grave pandemia provocata dal Coronavirus, che ha appesantito ancora di più il sistema giustizia, ci sono ancora 837 persone in attesa di una convocazione che, tuttavia, sembrerebbe imminente.

L’esaurimento della graduatoria in tempi rapidi dovrebbe essere l’unica risposta possibile e logica di fronte alla ulteriori inefficienze prodotte dall’immobilismo in cui il nostro sistema giudiziario è sprofondato nell’ultimo periodo.

La necessità di procedere in tempi celeri all’assunzione degli 837 idonei rimasti è stata sottolineata anche in Commissione Giustizia, nel corso di una seduta riguardante l’iter di conversione del decreto Rilancio.

On. Giusy Bartolozzi (Forza Italia), ha invitato l’Esecutivo ad agire in tempi rapidi, evidenziando gli strumenti finanziari, normativi ed amministrativi già disposti per lo scorrimento totale della graduatoria.

Le istanze della deputata forzista sono state condivise anche dall’On. Cosimo Maria Ferri (Italia Viva) che, nel novembre 2016, quando il concorso ad 800 posti per il profilo di assistente giudiziario fu indetto dal Ministero della Giustizia, era Sottosegretario.

Un’urgenza non più rinviabile, non solo in considerazione dell’emergenza determinata dal Covid-19 ma anche dinanzi ad un sistema, sempre più fragile e che non è stato in grado di trasformare la crisi in un’opportunità.

La ripresa dell’attività giudiziaria fissata al 1° luglio, anche grazie all’approvazione di un emendamento di Lega e Fratelli d’Italia, sottoscritto successivamente da Forza Italia e inserito nel dl Intercettazioni, consentirà ad avvocati, magistrati e personale amministrativo in servizio di tornare a fare il proprio lavoro.

Proprio l’emendamento che permetterà alla giustizia di uscire dalla lunga fase di lockdown, è stato salutato con favore anche dalla maggioranza.

Sul fronte politico, la condivisione e l’accoglimento da parte del Governo di una proposta emendativa dell’opposizione è un segnale importante che testimonia la necessità di un approccio non ideologico su temi di rilievo come la giustizia.

Ora, non resta altro che rimettere in piedi l’intero comparto ancora malfermo dopo due mesi di blocco di tutte le attività.

È necessario ripartire irrobustendo le fondamenta della macchina giudiziaria rappresentate dal personale amministrativo che ha consentito al sistema di restare in equilibrio durante l’emergenza e che, nel traghettare la giustizia verso la ripartenza, avrà bisogno di basi più solide.

FASE 3, CONTE: “I TEMPI DELLA GIUSTIZIA CIVILE E PENALE NON SONO ACCETTABILI”. BONAFEDE: “RITORNO IN TEMPI CELERI ALLA NORMALITÀ”

Un nuovo inizio, un’occasione per rilanciare e rinnovare il sistema Italia dalle fondamenta.

La fase 3 parte dalle parole del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che nel corso di una conferenza stampa da Palazzo Chigi ha illustrato le misure che segneranno il percorso di rilancio del nostro Paese dopo l’emergenza Coronavirus.

Tra le urgenze, quella di intervenire sui tempi della giustizia civile e penale, definiti da Conte non accettabili e che sconsigliano “agli investitori di venire in Italia, a impelagarsi in controversie giudiziarie che durano anni”.

La verità è che la giustizia italiana, in un momento estremamente drammatico per il nostro Paese, ha raggiunto uno dei livelli più critici della storia repubblicana e, ad oggi, è ferma, paralizzata e inaccessibile.

Il nostro sistema giudiziario, già appesantito da carenze logistiche, dal grave ritardo sul fronte dell’innovazione tecnologica e dai vuoti di organico, ha ceduto di schianto dinanzi all’emergenza Coronavirus e la fase 2, che doveva segnare la sua ripartenza, ha fatto venire alla luce tutti i suoi limiti. Una vero e proprio disastro annunciato.

Difficile pensare che un pilastro del sistema democratico ed economico del nostro Paese, possa essere riorganizzato soltanto con i progetti di riforma e i disegni di legge delega che giacciono presso le Commissioni competenti del Parlamento.

Le grandi crisi non esplodono all’improvviso ma hanno sempre radici profonde. Quella che sta investendo la giustizia viene da molto lontano ma non è mai stata affrontata con l’attenzione specifica che un comparto così importante merita.

Il riferimento non è solo alla magistratura e alle sue espressioni associative e di autogoverno.

La condizione emergenziale in cui versa il nostro sistema giudiziario è la conseguenza di tutto ciò che, negli anni, non è stato fatto ritenendo che rimandare a tempi migliori fosse la cosa più giusta.

Con la crisi provocata dal Coronavirus, la giustizia ha scoperto lo smart working ma si è scontrata anche con le difficoltà che tale modalità ha determinato, in primo luogo, per le cancellerie e per la gestione del processo da remoto.

Con l’inizio della fase 2, l’ampio potere discrezionale conferito ai capi degli uffici giudiziari, oltre che produrre protocolli e linee guida differenti anche all’interno dello stesso tribunale, ha generato una disomogeneità delle regole da rispettare su tutto il territorio nazionale, nonché un grave pregiudizio per ciò che concerne la certezza delle norme processuali.

Non si è tenuto conto delle diversità che contraddistinguono le udienze civili da quelle penali e ciò ha fatto in modo che le criticità e i limiti del processo telematico e da remoto affiorassero tutti insieme proprio in un momento in cui la risposta della giustizia deve essere ulteriormente assicurata.

Allo scoccare della fase 2, il risultato è stato quello di un grande caos negli uffici giudiziari, un consistente aumento dell’arretrato, avvocati in rivolta, aule deserte e personale ancora in smart working.

La paralisi degli uffici è dovuta proprio al collocamento in lavoro agile della maggior parte degli amministrativi che, peraltro, da casa non possono accedere né ai fascicoli, né ai registri. Inoltre, le strumentazioni per connettersi da remoto alla piattaforma del processo telematico non sono sempre adeguate.

In definitiva, la fase 2 è come se non fosse mai esistita e non c’è stata alcuna ripartenza.

In base all’ultimo report, diffuso il 20 maggio scorso dall’Osservatorio sull’acquisizione dei dati giudiziari dell’Unione delle Camere Penali Italiane, risulta che attualmente viene celebrato il 20% delle udienze di quelle che si svolgevano prima dell’emergenza Coronavirus, con la maggior parte dei processi rinviati al 2021 o al 2022 e, in alcuni casi, anche al 2023.

Non meno pesanti sono i danni economici causati dalla paralisi della giustizia, stimati in circa 10 miliardi di euro.

Poi, c’è l’annosa questione delle carenze negli organici che, da nord a sud, interessano tutti gli uffici giudiziari, destinate ad aumentare a causa dei pensionamenti previsti per il prossimo triennio e che tengono conto anche degli effetti di “quota 100”.

Un vero e proprio esodo che determinerà un pesante contraccolpo sull’efficienza della macchina giudiziaria con il rischio concreto della paralisi di ogni attività.

Viene da pensare che la difficile situazione in cui versa il nostro sistema giudiziario non sia stata compresa in tutta la sua gravità.

L’unica cosa certa è che la giustizia ha perso la sua scommessa con la contemporaneità, a cominciare dal ritardo eccessivo sul fronte della digitalizzazione poiché lo smart working, da solo, non può essere la soluzione definitiva.

L’unico rimedio è che il comparto riparta al più presto, come richiesto dalle rappresentanze dell’avvocatura al Guardasigilli nel corso di un incontro al Ministero.

L’obiettivo è quello di tornare quanto prima alla normalità. La sfida sarà quella di trovare le soluzioni più adeguate tenendo in opportuna considerazione l’evoluzione del quadro sanitario.

La fase 2, che ha significato la ripartenza di tutte le attività produttive, dai ristoranti fino alle palestre e ai centri estetici, per la giustizia è rimasta lettera morta lasciando i tribunali con i portoni chiusi.

Il nostro Paese non si è dimostrato all’altezza, dimostrando di non essere in grado di garantire uno dei diritti più importanti e fondamentali di ogni democrazia.

In particolare, non è stata assicurata la ripresa dei processi in sicurezza, con pesanti ripercussioni anche per tutti coloro che, a vario titolo, operano nel settore ma anche con gravi conseguenze per tutti gli utenti.

L’amministrazione della giustizia è un presidio di democrazia e il suo funzionamento incide sulle irrinunciabili aspettative dei cittadini di vedere riconosciuti i propri diritti e rappresenta il livello stesso di civiltà di un Paese, quello che il Presidente Conte intende ridisegnare per rinnovare l’Italia.

L’auspicio è che, una volta per tutte, si comprenda che l’approccio alla giustizia non può e non deve essere di carattere ideologico e che un sistema giudiziario equo ed efficiente, per citare le parole del Guardasigilli Bonafede, è nell’interesse di un intero Paese.

La sensazione, mista a dubbio e timore, è che questa sia davvero l’ultima chiamata per riformare la macchina giudiziaria, restituendole il decoro che merita e ricacciandola dalla palude in cui è sprofondata nell’indifferenza delle istituzioni.

GIUSTIZIA SOSPESA TRA CARENZE DI PERSONALE E RIFORME MANCATE

La fase due ha portato alla luce un sistema giudiziario sull’orlo del tracollo. Nel caos di questi giorni c’è la sconfitta di una giustizia che, nelle settimane più difficili dell’emergenza Coronavirus, non è stata capace di rinnovarsi.

Nei tribunali italiani, tra il 23 febbraio e il 31 marzo, i processi civili chiusi con sentenza sono stati 128.335, il 43% in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa mentre gli iscritti sono stati 148.092, il 32% in meno rispetto al 2019.

I processi penali definiti tra il 23 febbraio e il 24 aprile sono stati 11.997 e gli iscritti 9.261, rispettivamente il 41% e il 49% in meno dell’anno prima.

Un vero e proprio crollo, determinato soprattutto dall’emergenza Covid-19, che ha appesantito ulteriormente un sistema già debole e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Gli effetti della pandemia sull’efficienza della giustizia si inseriscono in un contesto che presenta numerose carenze, prima fra tutte quella del personale amministrativo.

In questi giorni, i grandi tribunali hanno ripreso lentamente la loro attività nel tentativo di recuperare migliaia di processi rinviati.

Per Milano, capoluogo di una regione duramente colpita dalla pandemia, tornare alla normalità sarà molto difficile, soprattutto a fronte della gravi scoperture negli organici che in tutto il distretto si attestano al 29,6%.

In quasi tutti gli uffici giudiziari la percentuale delle carenze presenta punte che arrivano in taluni casi al 40% (Busto Arsizio e Monza), 34,3% (Como), 31,3% (Pavia), 32,5% (Lecco), 30,3% (Lodi), 25% (Varese), 22% (Milano).

La situazione del Tribunale di Roma è ormai nota. La dotazione organica del personale amministrativo è di circa 1.203 unità ma ne risultano in servizio circa 790, con una scopertura del 35%.

Attualmente, il personale è organizzato in turnazioni per garantire il distanziamento sociale ma fino all’11 maggio soltanto il 25% dei cancellieri era presente al lavoro.

Con l’inizio della fase due, la percentuale è salita al 40% ma la maggior parte degli amministrativi, lavorando ancora da remoto, non ha accesso al sistema interno.

Non va meglio a Napoli dove, da tempo, il Tribunale è costretto a fare i conti con carenze di personale amministrativo pari al 30,54%. Inoltre, per il 2020, sono state programmate ulteriori uscite dal servizio e, alla fine dell’anno, si avrà una scopertura media del 34,16%.

Critica è la situazione relativa all’organico dei funzionari che, in mancanza di assegnazione di personale nel breve periodo potrebbe arrivare, considerato solo i collocamenti a riposo già programmati, al 63,23%.

Queste percentuali, che riguardano i distretti giudiziari più importanti del nostro Paese e che fanno riferimento al periodo pre-Covid, diventano ancora più pesanti se si osserva che la fase due avrebbe potuto rappresentare quella del rilancio, specialmente in tema di innovazione tecnologica e di nuove assunzioni di personale.

Di fatto, ancora oggi, si fanno i conti con una digitalizzazione che non è mai partita e con ataviche carenze negli organici che non si è ritenuto di dover colmare neanche per affrontare al meglio la fase della ripartenza.

Si è preferito, invece, lasciare ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di decidere circa la riorganizzazione delle attività quando sarebbero bastate poche regole ma certe ed oggettive.

In sostanza, l’emergenza non è stata utile neppure per procedere ad interventi ed investimenti straordinari in termini di personale amministrativo attraverso l’immissione di nuove risorse.

Anche la Commissione Europea non ha mai mancato di ricordarci la necessità di una maggiore iniezione di denaro da spendere in personale e infrastrutture per dimezzare i tempi della giustizia, soprattutto quella civile. Infatti, tra i Paesi membri dell’Ue, l’Italia è quello con la perfomance peggiore riguardo ai tempi di definizione dei contenziosi civili.

Per Bruxelles, il fattore economico è legato a doppio filo con quello giudiziario e la politica economica del nostro Paese dovrebbe essere caratterizzata da maggiori investimenti su alcuni settori strategici della nostra economia, a cominciare dalla giustizia.

Il concetto è stato ribadito anche qualche giorno fa in occasione della presentazione del Next Generation Eu, il documento della Commissione Europea sul Recovery Plan da 750 miliardi, che servirà per uscire dalla recessione economica provocata dal Coronavirus.

L’economia italiana potrà riprendersi anche grazie ai fondi europei, circa 172 miliardi di euro, parte dei quali dovrà essere necessariamente investita nella giustizia, individuata tra gli ostacoli principali al rilancio del nostro Paese.

Proprio il Coronavirus, dunque, potrebbe diventare l’evento che risolve l’intreccio di una narrazione che non rende onore al nostro sistema giudiziario. Fondi europei a parte, molto dipenderà soprattutto dalle decisioni della politica e da quello che si intenderà fare per la giustizia.

Nell’immediato, l’urgenza è quella di ripartire dall’immissione di risorse umane di cui la macchina giudiziaria ha bisogno a cominciare dagli 837 idonei assistenti giudiziari ancora in graduatoria e la cui assunzione rappresenterebbe un segnale forte verso una ripartenza finora rimasta sulla carta.

La giustizia, quale colonna portante di un sistema democratico ed economico di un Paese, esige una riforma strutturale che la politica dovrà discutere anche insieme a coloro che esercitano la giurisdizione.

Nessuna riforma, però, potrà mai essere attuata se prima non vengono predisposti gli strumenti necessari per la sua realizzazione e l’assunzione di personale qualificato è la condizione principale.

Intanto, in attesa che ciò avvenga, i tribunali assomigliano sempre di più a cattedrali deserte dove la domanda di giustizia resta ancora senza risposta.