GIUSTIZIA SOSPESA TRA CARENZE DI PERSONALE E RIFORME MANCATE

La fase due ha portato alla luce un sistema giudiziario sull’orlo del tracollo. Nel caos di questi giorni c’è la sconfitta di una giustizia che, nelle settimane più difficili dell’emergenza Coronavirus, non è stata capace di rinnovarsi.

Nei tribunali italiani, tra il 23 febbraio e il 31 marzo, i processi civili chiusi con sentenza sono stati 128.335, il 43% in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa mentre gli iscritti sono stati 148.092, il 32% in meno rispetto al 2019.

I processi penali definiti tra il 23 febbraio e il 24 aprile sono stati 11.997 e gli iscritti 9.261, rispettivamente il 41% e il 49% in meno dell’anno prima.

Un vero e proprio crollo, determinato soprattutto dall’emergenza Covid-19, che ha appesantito ulteriormente un sistema già debole e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Gli effetti della pandemia sull’efficienza della giustizia si inseriscono in un contesto che presenta numerose carenze, prima fra tutte quella del personale amministrativo.

In questi giorni, i grandi tribunali hanno ripreso lentamente la loro attività nel tentativo di recuperare migliaia di processi rinviati.

Per Milano, capoluogo di una regione duramente colpita dalla pandemia, tornare alla normalità sarà molto difficile, soprattutto a fronte della gravi scoperture negli organici che in tutto il distretto si attestano al 29,6%.

In quasi tutti gli uffici giudiziari la percentuale delle carenze presenta punte che arrivano in taluni casi al 40% (Busto Arsizio e Monza), 34,3% (Como), 31,3% (Pavia), 32,5% (Lecco), 30,3% (Lodi), 25% (Varese), 22% (Milano).

La situazione del Tribunale di Roma è ormai nota. La dotazione organica del personale amministrativo è di circa 1.203 unità ma ne risultano in servizio circa 790, con una scopertura del 35%.

Attualmente, il personale è organizzato in turnazioni per garantire il distanziamento sociale ma fino all’11 maggio soltanto il 25% dei cancellieri era presente al lavoro.

Con l’inizio della fase due, la percentuale è salita al 40% ma la maggior parte degli amministrativi, lavorando ancora da remoto, non ha accesso al sistema interno.

Non va meglio a Napoli dove, da tempo, il Tribunale è costretto a fare i conti con carenze di personale amministrativo pari al 30,54%. Inoltre, per il 2020, sono state programmate ulteriori uscite dal servizio e, alla fine dell’anno, si avrà una scopertura media del 34,16%.

Critica è la situazione relativa all’organico dei funzionari che, in mancanza di assegnazione di personale nel breve periodo potrebbe arrivare, considerato solo i collocamenti a riposo già programmati, al 63,23%.

Queste percentuali, che riguardano i distretti giudiziari più importanti del nostro Paese e che fanno riferimento al periodo pre-Covid, diventano ancora più pesanti se si osserva che la fase due avrebbe potuto rappresentare quella del rilancio, specialmente in tema di innovazione tecnologica e di nuove assunzioni di personale.

Di fatto, ancora oggi, si fanno i conti con una digitalizzazione che non è mai partita e con ataviche carenze negli organici che non si è ritenuto di dover colmare neanche per affrontare al meglio la fase della ripartenza.

Si è preferito, invece, lasciare ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di decidere circa la riorganizzazione delle attività quando sarebbero bastate poche regole ma certe ed oggettive.

In sostanza, l’emergenza non è stata utile neppure per procedere ad interventi ed investimenti straordinari in termini di personale amministrativo attraverso l’immissione di nuove risorse.

Anche la Commissione Europea non ha mai mancato di ricordarci la necessità di una maggiore iniezione di denaro da spendere in personale e infrastrutture per dimezzare i tempi della giustizia, soprattutto quella civile. Infatti, tra i Paesi membri dell’Ue, l’Italia è quello con la perfomance peggiore riguardo ai tempi di definizione dei contenziosi civili.

Per Bruxelles, il fattore economico è legato a doppio filo con quello giudiziario e la politica economica del nostro Paese dovrebbe essere caratterizzata da maggiori investimenti su alcuni settori strategici della nostra economia, a cominciare dalla giustizia.

Il concetto è stato ribadito anche qualche giorno fa in occasione della presentazione del Next Generation Eu, il documento della Commissione Europea sul Recovery Plan da 750 miliardi, che servirà per uscire dalla recessione economica provocata dal Coronavirus.

L’economia italiana potrà riprendersi anche grazie ai fondi europei, circa 172 miliardi di euro, parte dei quali dovrà essere necessariamente investita nella giustizia, individuata tra gli ostacoli principali al rilancio del nostro Paese.

Proprio il Coronavirus, dunque, potrebbe diventare l’evento che risolve l’intreccio di una narrazione che non rende onore al nostro sistema giudiziario. Fondi europei a parte, molto dipenderà soprattutto dalle decisioni della politica e da quello che si intenderà fare per la giustizia.

Nell’immediato, l’urgenza è quella di ripartire dall’immissione di risorse umane di cui la macchina giudiziaria ha bisogno a cominciare dagli 837 idonei assistenti giudiziari ancora in graduatoria e la cui assunzione rappresenterebbe un segnale forte verso una ripartenza finora rimasta sulla carta.

La giustizia, quale colonna portante di un sistema democratico ed economico di un Paese, esige una riforma strutturale che la politica dovrà discutere anche insieme a coloro che esercitano la giurisdizione.

Nessuna riforma, però, potrà mai essere attuata se prima non vengono predisposti gli strumenti necessari per la sua realizzazione e l’assunzione di personale qualificato è la condizione principale.

Intanto, in attesa che ciò avvenga, i tribunali assomigliano sempre di più a cattedrali deserte dove la domanda di giustizia resta ancora senza risposta.

GIUSTIZIA ANCORA IN QUARANTENA: AULE DESERTE, AVVOCATI IN AGITAZIONE E ASSUNZIONI FERME

Per la giustizia, la fase due doveva essere quella della ripartenza ma si è rivelata ben presto come la cronaca di un disastro annunciato.

Dopo oltre due mesi di blocco di tutte le attività, la ripresa tanto agognata non solo non c’è stata ma ha finito con il coincidere con il momento più difficile e delicato che il sistema giudiziario abbia mai conosciuto negli ultimi anni.

La fase due, invece di dare il via alla ricostruzione di una macchina giudiziaria sempre più in difficoltà, ha fatto in modo che le sue criticità venissero a galla tutte insieme, in una sola volta e nel peggiore dei modi.

Al termine di un lungo lockdown, la giustizia si è scoperta ancora più fragile e proprio la ripartenza, che doveva essere l’occasione per ricostruire un sistema ormai in caduta libera, è divenuta la cartina di tornasole di un comparto incapace di reagire.

Le avvisaglie c’erano tutte e il quadro era già chiaro con l’inizio dell’emergenza Coronavirus.

L’approvazione del decreto 11/2020 che, con l’inizio della fase due, attribuisce ai capi degli uffici la possibilità di riorganizzare l’attività giudiziaria, aveva suscitato fin da subito enormi perplessità tra gli addetti ai lavori.

La conseguenza diretta del provvedimento è stata la registrazione di circa 200 protocolli diversi tra loro e, come se non bastasse, anche di svariate direttive e circolari all’interno di uno stesso tribunale.

Inoltre, alcuni giorni prima della fine del lockdown, i penalisti hanno fatto sentire la loro voce sui rischi di un’eccessiva remotizzazione del processo penale.

Difficile mettere d’accordo, infatti, la salvaguardia della giurisdizione con regole in grado di continuare ad assicurare diritti e garanzie non comprimibili nemmeno in una fase di emergenza come quella attuale. A ciò si aggiunge che le fondamentali caratteristiche strutturali del giusto processo non possono essere ignorate.

Tutti concordi, dunque, nel ritenere che la ripresa dell’attività giudiziaria deve essere attuata nella misura più ampia possibile, garantendo la salute di tutti gli operatori della giustizia e degli utenti che ne sono destinatari ma anche mettendo gli operatori del diritto nelle condizioni ottimali per tutelare i diritti e le libertà dei cittadini.

In mancanza di un’attenta pianificazione della ripresa dell’attività giudiziaria, il risultato è stato un grande caos.

A partire dal 12 maggio, gli uffici giudiziari si sono adeguati a quanto disposto nelle settimane precedenti e, seguendo protocolli, circolari e direttive di riferimento, hanno cominciato a calendarizzare le udienze.

Ognuno ha stabilito linee diverse e le conseguenze sono state lunghe code davanti ai tribunali, confusione negli uffici giudiziari, aumento dell’arretrato e processi rinviati a dopo l’estate se non addirittura al 2021.

La ripartenza non è avvenuta in maniera organica e anche lo svolgimento delle udienze in modalità telematica da remoto non ha trovato, in mancanza di una corretta attuazione, una disciplina uniforme.

A Roma, gli avvocati hanno contestato la ripresa troppo lenta dell’attività giudiziaria restituendo la toga.

Un gesto dal forte valore simbolico, a voler sottolineare che la giustizia è ferma. Soltanto nella Capitale, tra febbraio ed aprile, i processi penali rinviati sono stati oltre 14.000.

Nella fase due sono ricominciate tutte le attività ma i tribunali restano ancora off limits per udienze e cittadini con conseguenze pesanti sulla tabella di marcia dei processi. Mancano regole certe e oggettive per la ripartenza.

Il sistema è bloccato ovunque e il risultato è un caos generale che, in molti casi, lascia la ripresa delle attività soltanto sulla carta.

Le maggiori difficoltà si registrano soprattutto sul fronte delle attività amministrative con la maggior parte del personale ancora in smart working e che, da remoto, non può accedere ai registri per lavorare sui fascicoli. Più che una quarantena, una vera e propria paralisi.

Il sistema giudiziario è rimasto escluso dalla riapertura delle attività produttive e i due mesi di ponte sospensionale non sono stati utili per pianificare l’organizzazione della macchina giudiziaria neanche per recuperare l’arretrato e tanto meno per procedere a nuove assunzioni.

Impossibile, infatti, immaginare una ripartenza del sistema giustizia senza tenere conto dell’immissione di nuove risorse.

Chi si aspettava che il lockdown fosse l’occasione giusta per ridefinire il comparto è rimasto deluso come molti presidenti di tribunali e corti d’appello che chiedono rinforzi da tempi non sospetti.

Le carenze di organico nelle cancellerie e tutte le conseguenze che ne derivano, hanno creato enormi difficoltà negli uffici, mettendo a rischio la possibilità di garantire in modo effettivo i diritti di tutti i cittadini e, con l’emergenza Covid-19, la situazione è nettamente peggiorata.

Così, mentre i tribunali restano deserti, il 90% dei processi viene rinviato al 2021, il personale amministrativo e giudiziario scarseggiano, i carichi di lavoro aumentano e i penalisti restituiscono le toghe preparandosi al flash mob del 29 maggio prossimo, chi vorrebbe dare il proprio contributo alla ripartenza, quella vera, del sistema giustizia resta a casa.

Gli 837 idonei assistenti giudiziari sono ancora in attesa di convocazione, nonostante siano già stati disposti gli opportuni strumenti finanziari, normativi ed amministrativi per la loro assunzione.

Non è bastato neanche il Coronavirus a velocizzare l’esaurimento dell’unica graduatoria di cui dispone il Ministro della Giustizia che, tuttavia, con la recente approvazione del decreto Rilancio ha annunciato l’assunzione di ulteriori 3.250 unità di personale amministrativo destinate agli uffici giudiziari.

Finora, però, assunzioni e scorrimenti di graduatorie sono rimasti sulla carta, esattamente come la ripartenza della giustizia italiana, servizio essenziale e funzione primaria e insostituibile dello Stato. Almeno fino a prova contraria.

LA FALSA RIPARTENZA DELLA GIUSTIZIA: CODE DAVANTI AI TRIBUNALI E UFFICI GIUDIZIARI NEL CAOS

Lunghe file nelle cancellerie e numerosi assembramenti. La fase due della giustizia è cominciata nel peggiore dei modi.

A distanza di una settimana dalla data del 12 maggio, che ha segnato la fine del lockdown per le attività di tribunali e corti d’appello, negli uffici giudiziari c’è grande confusione.

Insomma, l’ennesimo disastro annunciato.

All’origine del caos di questi giorni, la decisione del governo che ha lasciato ai capi degli uffici giudiziari la facoltà di decidere sulla ripartenza facendo in modo che ogni tribunale si organizzasse con protocolli diversi.

In sintesi, ogni palazzo di giustizia si è mosso con le risorse a sua disposizione e la conseguenza è stata un’enorme disomogeneità dell’organizzazione all’interno dei singoli uffici giudiziari.

L’impiego dello smart working, benché utilizzato da circa il 77% dei dipendenti dell’amministrazione giudiziaria, è stato condizionato, oltre che dalla disponibilità di strumenti informatici efficaci, anche dal fatto che il personale non è in grado di adempiere a determinati atti, con il risultato di un incremento considerevole dei carichi di lavoro.

A ciò va aggiunto che il ponte sospensionale di oltre due mesi ha determinato il rinvio a dopo l’estate, o anche al 2021, del 90% dei processi che non riguardano imputati detenuti.

Ancora una volta è mancata una visione unitaria su come gestire la ripartenza delle attività in vista della fase due e, ancora una volta, è l’intero sistema giudiziario a farne le spese.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ciascuno decide per sé con un proliferare di fonti normative atipiche; perfino le singole sezioni dello stesso Tribunale hanno fissato procedure diverse le une dalle altre” spiega in una nota Antonino Galletti, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma.

Se fosse stato il legislatore a fissare le regole, anziché rimettere tutto alla sensibilità locale dei capi degli uffici giudiziari, si sarebbe potuto impostare un lavoro di coordinamento a monte, a livello nazionale. Purtroppo così non è stato”, prosegue Galletti.

La mancanza di una visione organica sulla ripartenza del sistema giustizia, si inserisce in un quadro già critico e l’emergenza non è stata utile neanche per interventi ed investimenti straordinari in termini di personale e presidi di sicurezza.

La realtà romana rileva una costante insufficienza del personale amministrativo, la cui percentuale di scopertura si attesta intorno al 35%, aggravata dal fatto che l’utilizzo dello smart working risulta inutile laddove il processo non è telematico, soprattutto nel penale.

Situazione critica anche in Lombardia, la regione più colpita dall’emergenza Covid-19.

Presso il Tribunale di Milano, subito dopo il 21 febbraio, è stato necessario interdire o almeno limitare sia l’accesso, sia l’attività processuale come, del resto, in tutti i palazzi di giustizia del nostro Paese.

La sospensione delle scorse settimane, però, ha determinato un accumulo dell’arretrato e dei ritardi.

Per recuperare, occorre aumentare la presenza negli uffici del personale amministrativo che, da remoto, non può accedere ai registri” ha dichiarato Roberto Bichi, Presidente del Tribunale di Milano, per il quale la ripresa dell’attività nelle cancellerie è uno dei primi nodi da sciogliere.

Mancano gli strumenti e da casa il personale amministrativo non può accedere ai registri del processo civile telematico e, per quanto concerne le udienze penali, il lavoro da remoto non è idoneo a supportare quello del magistrato.

Nonostante le difficoltà legate all’emergenza sanitaria, nei mesi di marzo e aprile, oltre a quelli urgenti, sono stati definiti 1.287 procedimenti civili e nel penale sono stati chiusi circa 300 procedimenti dibattimentali.

Per ora, tornare ai ritmi precedenti al Coronavirus è impossibile ma per la ripartenza sarà necessario aumentare la presenza del personale di cancelleria e procedere anche con nuove assunzioni.

Il Tribunale di Milano, come quello della Capitale, è costretto a fare i conti con gravi carenze di personale amministrativo.

Nonostante l’inserimento degli assistenti giudiziari di nuova nomina, la scopertura complessiva, che si era sensibilmente ridotta dal 29,7% al 21,5%, è tornata a salire al 22,2%.

Le carenze maggiori investono personale con qualifiche elevate, ossia direttori (ne mancano 13, pari al 31,7%), funzionari (57 i posti scoperti, per una scopertura del 35%) e cancellieri esperti (ne mancano 55, pari al 38,5%).

La città di Bergamo è la città simbolo dell’emergenza Coronavirus. Dopo due mesi di funzionamento a ranghi ridottissimi, con un presidio di soli dieci cancellieri, la giustizia prova a ripartire ma le criticità sono tante.

Ai ritardi e all’aumento dell’arretrato determinati dalla sospensione delle scorse settimane, vanno aggiunte le criticità già esistenti, prima fra tutte la carenza del personale amministrativo che si attesta al 28,57%.

Nei giorni precedenti alla fase due, l’Associazione Provinciale Forense ha diffuso un comunicato in cui auspica che il tribunale si organizzi al meglio per garantire la ripresa delle attività.

Chiediamo che il Ministero della Giustizia, tenuto conto della particolare gravità della crisi sanitaria nella nostra provincia e del fatto che già prima della pandemia, a dicembre 2019, il Tribunale di Bergamo era stato dichiarato sede disagiata, provveda quanto prima a colmare le gravi carenze negli organici del personale amministrativo e dei magistrati” conclude il comunicato dell’Associazione.

L’impressione è che quella della giustizia sia stata una falsa ripartenza e che, per l’ennesima volta, sia stata persa un’occasione per pianificare in maniera univoca la ripresa delle attività e per assumere personale nuovo. Così non è stato e la confusione regna sovrana.

La fase due della giustizia è quella del “vorrei ma non posso”, una vera e propria sindrome, vista l’incapacità dell’intero sistema di guardare oltre i propri limiti.

La crisi sanitaria ha fatto emergere carenze strutturali che la macchina giudiziaria si trascina dietro da tempo, oltre che una grave arretratezza dal punto di vista tecnologico.

Paradossalmente tutta l’attività che è stata rinviata e quella nuova dovranno essere opportunamente controllate per evitare un collasso che sarà ingestibile.

Passati i primi momenti di emergenza si è agito come se la giustizia non fosse un servizio essenziale e, in due mesi, non c’è stata la capacità di gestire regole che consentissero una ripresa efficace che, senza mezzi e assunzione di nuovo personale, sarà impossibile.

ASSISTENTI GIUDIZIARI, VERSO NUOVE ASSUNZIONI. FABBRINI: “SCORRIMENTO DELLA GRADUATORIA ENTRO L’ ANNO”

Sono 837 gli idonei assistenti giudiziari, ancora da convocare, che fanno parte di una graduatoria determinatasi a seguito di un concorso, unico nel suo genere, e composta da 4.915 persone.

L’ultimo scorrimento di 489 unità risale al dicembre 2019 con presa di servizio il 3 febbraio scorso. In mezzo, la vigenza della medesima graduatoria, dapprima, con la legge di bilancio 2020, ridotta al 30 settembre 2020 e, successivamente, con il Milleproroghe, estesa al 30 giugno 2021.

E per fortuna perché, nel frattempo, l’emergenza Coronavirus ha bloccato ogni attività compresa quella giudiziaria.

Dopo un ponte sospensionale di quasi due mesi, la giustizia prova a ripartire e qualcosa comincia a muoversi anche per gli idonei assistenti giudiziari.

Lo scorrimento ci sarà, sono 837 gli idonei rimasti, in realtà le carenze di organico di assistente giudiziario ammontano a circa 400, quindi, sicuramente sarà fatto in due turnate” ha spiegato Barbara Fabbrini, Capo Dipartimento dell’Organizzazione Giudiziaria del Ministero della Giustizia, garantendo il proprio impegno per lo scorrimento della graduatoria entro la fine dell’anno o, se possibile, già entro ottobre.

L’occasione, un convegno organizzato da Area Democratica per la Giustizia dal titolo “Organizzare la ripartenza” sulle modalità con le quali gli uffici si apprestano a gestire la fase due e a riorganizzare il lavoro giudiziario in sicurezza nonché su ciò che ha funzionato dell’esperienza da remoto e ciò che, in futuro, può essere salvato e migliorato.

Tutto questo non può non prescindere dal potenziamento delle politiche assunzionali e la graduatoria degli idonei assistenti giudiziari, già opportunamente finanziata e programmata, in questo momento, è l’unica di cui dispone il Ministero.

Il Piano Triennale del Fabbisogno del Personale 2019/2021, sottoscritto dal Guardasigilli il 13 giugno 2019, dispone 8.135 assunzioni attraverso concorsi e scorrimenti di graduatorie, a cominciare da quella per il profilo di assistente giudiziario.

Quattro gli strumenti normativi chiamati in causa: la legge di bilancio 2019, il decreto “quota 100”, la legge Genova e il DPCM del 20 giugno 2019.

Le cessazioni effettive garantiranno un’ulteriore possibilità di incremento di tali assunzioni che, per il prossimo triennio, potrebbero superare le 10.000 unità.

Un anno fa, l’unica certezza era che questi numeri non sarebbero stati sufficienti a coprire le tante carenze di organico che, nell’arco del triennio, arriveranno a circa 20.000. L’emergenza Covid-19 ha certificato definitivamente questa certezza.

Qualora ce ne fosse stato bisogno, a ribadire l’insufficienza delle risorse disposte dal Piano Triennale del Fabbisogno del Personale, pur riconoscendo lo sforzo compiuto dal Ministero in tema di politiche assunzionali, erano stati i presidenti delle corti d’appello in occasione della cerimonia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario il 1° febbraio scorso.

Troppi arretrati e poco personale mentre lo spettro del Coronavirus si avvicinava a grandi passi.

I concorsi, predisposti dal piano assunzionale sono stati bloccati e la giustizia si è ritrovata ad andare avanti con lo smart working ma remotizzare la macchina giudiziaria è pressoché impossibile.

Pertanto, i carichi di lavoro sono aumentati, soprattutto per quanto riguarda il penale e, nonostante l’inizio della la fase due, il cammino verso la normalità sarà lungo e complesso.

Ecco perché l’impegno della Fabbrini e del Ministero ad assumere, se possibile, i restanti 837 idonei entro ottobre, dovrebbe diventare un atto concreto quanto prima, e non soltanto nell’interesse di tanti giovani, “oggettivamente preparati” ma anche della giustizia stessa.

Certo, le necessità sono tante a cominciare dall’urgenza di intervenire sull’innovazione tecnologica e sulla rimodulazione delle piante organiche ma tutto questo non è possibile senza personale qualificato.

Se si considerano, le gravi carenze di personale amministrativo e le prossime cessazioni dal lavoro, molte delle quali per effetto di quota 100, a cui si aggiunge l’ulteriore aumento dell’arretrato a causa dell’emergenza Covid, la graduatoria dovrebbe essere esaurita con un unico scorrimento e in tempi rapidi.

Nel frattempo, il DL Rilancio, licenziato il 12 maggio dal Consiglio dei Ministri, fra le tante misure, prevede disposizioni anche per la giustizia che dovrebbero consentire, nella fase due dell’emergenza sanitaria, di far ripartire la macchina e garantire così la tutela dei diritti degli operatori economici e di tutti i cittadini.

Sono stati previsti circa 40 milioni per la sanificazione degli uffici giudiziari, l’acquisto di pc portatili per agevolare l’utilizzo dello smart working e per il pagamento del lavoro straordinario svolto dal personale di Polizia Penitenziaria, dai direttori del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e di quelli del Dipartimento della giustizia minorile e di comunità.

Per quanto riguarda le assunzioni, il decreto contiene un massiccio piano di potenziamento delle risorse a disposizione.

Sarà semplificata la procedura, già autorizzata, per il reclutamento di personale amministrativo non dirigenziale per circa 3.250 unità destinate agli uffici giudiziari.

L’emergenza Covid-19 ha causato anche il blocco dei concorsi per magistrati e notai nonché dell’esame di abilitazione forense ma attraverso alcuni correttivi, sarà possibile concludere le procedure.

Nonostante le notevoli difficoltà con le quali è costretta a fare i conti da tempo, la giustizia è pronta a ripartire

Il nostro sistema giudiziario merita un’attenzione specifica e la fase due dovrà coincidere con la ricostruzione di un sistema che rappresenta, un pilastro della nostra economia e della società civile.

Il primo passo verso la riorganizzazione della macchina giudiziaria dovrà partire dal rafforzamento del personale negli uffici giudiziari e, a questo punto, dall’unica certezza di cui dispone finora il Ministero ovvero la graduatoria degli idonei assistenti giudiziari.

A meno che non si voglia declassare la giustizia, condannandola all’irrilevanza, è necessario, prima di tutto, ripartire da nuove assunzioni per restituire alla macchina giudiziaria il decoro e l’efficienza che ha perso da tempo.

CORONAVIRUS, GIUSTIZIA LENTA E SENZA RISORSE ALLA PROVA DELLA FASE DUE

Una ripartenza lenta, graduale ma soprattutto complessa. Dopo un ponte sospensionale di due mesi, la giustizia prova a ricominciare.

L’emergenza Coronavirus ha prodotto un periodo di blocco pressoché totale di tutte le attività produttive e sociali ma alcuni settori, seppur con le necessarie restrizioni, hanno continuato ad operare.

Gli uffici giudiziari, al fine di garantire una maggiore flessibilità lavorativa, hanno svolto le loro funzioni mediante l’utilizzo dello smart working e della remotizzazione di alcuni servizi che saranno utili anche in futuro.

Nella fase 1, la modalità di lavoro agile ha costituito uno strumento di assoluta novità, impiegato dal 77,77% dei dipendenti dell’amministrazione giudiziaria.

Il Ministero della Giustizia, attraverso un report diffuso nei giorni scorsi, ha reso noto che gli utenti abilitati a Teams sono circa 30.000, quelli abilitati alla piattaforma e-learning 25.603 mentre i dipendenti abilitati agli applicativi amministrativi sono 7.665.

Le statistiche giudiziarie nel periodo di emergenza Covid-19 indicano che nelle corti d’appello, tra il 23 febbraio e il 31 marzo, nel settore civile sono stati definiti 9.310 fascicoli mentre gli iscritti sono stati 9.372. Per quanto riguarda il settore penale, tra il 23 febbraio e il 24 aprile, i fascicoli definiti sono stati 11.376 e gli iscritti 8.669.

Questi dati offrono un quadro interessante del lavoro svolto dagli uffici e una buona attività delle cancellerie in un periodo di forte emergenza nonché l’importanza di aver saputo creare delle logiche organizzative replicabili su tutto il territorio.

Fin qui, la giustizia al tempo del lockdown.

La fase due, invece, sarà diversa e suscita non poche perplessità soprattutto in assenza di una disciplina omogenea a cui gli uffici giudiziari possano attenersi.

I capi degli uffici giudiziari saranno chiamati a gestire l’emergenza attraverso la regolamentazione delle modalità con le quali dare attuazione alla ripresa dell’attività giudiziaria e amministrativa.

Un passaggio decisamente delicato poiché, in mancanza di criteri certi e uguali per tutti, il rischio è quello di una giustizia a più velocità.

Ogni ufficio ha scelto la propria strada indicando le priorità e le modalità di trattazione con regole che cambiano da una sede all’altra.

Il Tribunale di Milano è pronto a ripartire anche se per un ritorno alla normalità si dovrà attendere almeno fino a settembre. Saranno assicurate le urgenze ma la maggior parte del personale amministrativo e giudiziario continuerà ad operare in regime di smart working.

In sostanza, viene esclusa ogni possibilità di celebrare i dibattimenti in aula, fatta eccezione per quei procedimenti ritenuti non particolarmente complessi sotto il profilo della logistica. Tutte le altre udienze saranno rinviate a data da destinarsi.

Anche a Roma, la fase due è partita con i processi contingentati e, alle urgenze già tutelate di queste settimane, si aggiungeranno i procedimenti che abbiano esaurito la fase istruttoria e si andrà avanti con i processi per i reati di genere o violenza domestica.

Nel settore civile, invece, sarà data la precedenza alle cause più vecchie, già istruite o sui diritti fondamentali della persona.

A Napoli, l’attività giudiziaria continuerà a procedere a ranghi ridotti con la fissazione di udienze esclusivamente con imputati detenuti mentre per tutti gli altri procedimenti se ne parlerà direttamente dopo il 31 luglio.

A Palermo saranno celebrati patteggiamenti, abbreviati e udienze preliminari e la priorità sarà data alle cause più vecchie, a quelle con detenuti nonché ai procedimenti in cui è costituita una parte civile e a quelli ritenuti urgenti. Si ricorrerà anche alle modalità da remoto.

Da nord a sud, la macchina giudiziaria tenta di ripartire e lo fa come può ovvero con le risorse che non ha a disposizione.

La fase due è quella della ripartenza ma anche di un’ulteriore conferma delle difficoltà, finora rimandate, del sistema giustizia.

I tribunali di Milano, Roma, Napoli e Palermo hanno in comune una grave carenza di personale amministrativo.

Presso il tribunale meneghino, il tasso di scopertura è pari al 29,6%, ben più elevato rispetto a quello della media nazionale del 20,25%.

A Roma, nonostante le nuove immissioni di personale all’esito dell’espletamento del concorso ad 800 posti di assistente giudiziario, la scopertura rispetto alla pianta organica è aumentata in maniera consistente, tanto che su una pianta organica di circa 1.200 unità, quelle in servizio sono appena 850.

A Napoli, la scopertura è pari al 26,4% mentre, a Palermo, al 30 giugno 2019, le carenze di personale amministrativo erano pari al 10,44% ma in alcuni settori l’indice di scopertura raggiunge valori ben più elevati.

Nella fase del lockdown, la giustizia, già pesantemente provata da ritardi e carenze di ogni genere, è riuscita a restare in piedi affrontando un’emergenza che, però, l’ha ulteriormente indebolita.

La fase due, dovrebbe essere quella ricostruzione di un sistema al quale, durante queste settimane, le istituzioni non hanno dato l’attenzione che merita.

Finora, la macchina giudiziaria è riuscita a garantire i servizi essenziali soprattutto attraverso l’impegno del personale amministrativo e giudiziario ma è mancata una visione organica sul dopo. Non una parola sull’urgenza di una riorganizzazione di un sistema, ormai in caduta libera.

Servono interventi sull’innovazione tecnologica, sulla ridefinizione delle piante organiche e sul potenziamento di quei profili professionali considerati strategici per l’attività giudiziaria.

C’è un piano del fabbisogno del personale, approvato nel giugno 2019 ma di cui, nel frattempo, si sono perse le tracce.

È vero, l’emergenza Coronavirus ha sparigliato le carte e molti concorsi, alcuni già iniziati, sono stati bloccati ma ci sono ancora graduatorie da esaurire con la possibilità di immettere nuove risorse.

D’altra parte non è possibile immaginare un processo di innovazione tecnologica senza un’opportuna riorganizzazione del personale.

Nelle prime bozze del decreto Rilancio, circolata alcuni giorni fa, erano contenute alcune proposte “per far fronte alla urgente necessità di coprire le attuali gravi scoperture di organico e per assicurare il regolare svolgimento dell’attività giudiziaria…”.

Un riferimento alquanto chiaro ma sparito nelle bozze successive. Nessun accenno neanche alla graduatoria degli 837 idonei assistenti giudiziari, ancora in attesa di convocazione e, finora, unica certezza per una giustizia che non riesce proprio a guardare al futuro.

VIA LIBERA DEL GOVERNO AL DL BONAFEDE. LA GIUSTIZIA GUARDA ALLA FASE 2, TRA UDIENZE VIRTUALI E CARENZE DI ORGANICO

Mentre l’Italia entra nel vivo della fase due, il dibattito e le polemiche sul processo da remoto non accennano a diminuire. Questo, nonostante il Governo, con un decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 29 aprile, abbia corretto il tiro rispetto a quanto stabilito con il Cura Italia, apportando con il nuovo provvedimento disposizioni integrative e di coordinamento in materia di giustizia civile, amministrativa, contabile e, naturalmente, penale.

Il decreto 28/2020, pubblicato il 30 aprile in Gazzetta Ufficiale, ridimensiona la parte relativa al ricorso delle udienze virtuali che sarà eliminato per tutta l’attività istruttoria e largamente marginalizzato per le camere di consiglio.

Per quanto riguarda, invece, il processo civile, il Cura Italia dispone che i capi degli uffici giudiziari possono svolgere con collegamenti da remoto tutte le udienze che non richiedono la presenza di soggetti doversi dai difensori, dalle parti e dagli ausiliari del giudice. Ciò nonostante, il nuovo decreto prevede che lo svolgimento delle udienze avvenga con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario.

Il motivo del contendere resta sempre il processo da remoto con le sue applicazioni in ambito penale e che sta alimentando lo scontro fra magistratura ed avvocatura.

L’Associazione Nazionale Magistrati, attraverso una nota della Giunta Esecutiva Centrale, ha espresso sconcerto per “l’ultimo della serie alluvionale di atti normativi che dovrebbero guidare l’organizzazione della giustizia nella fase dell’emergenza”.

A questo di aggiunge che, a distanza di pochi giorni dalla conversione del decreto Cura Italia, sono state cancellate tutte le principali norme processuali, senza che nessun elemento nuovo sia sopravvenuto in merito all’emergenza sanitaria.

Apprezzamento, invece, da parte dell’Unione Camere Penali Italiane che pur restando contraria ad ogni forma di remotizzazione del processo penale, “rileva con soddisfazione come l’attività di contrasto che essa ha da subito promosso, prima in perfetta solitudine e poi con crescente attenzione e consenso di parte della opposizione parlamentare e di parte della maggioranza di governo, ha prodotto un risultato di indiscutibile significato”.

Dal canto suo, il Consiglio Nazionale Forense, in una nota indirizzata al Guardasigilli, chiede che la macchina giudiziaria riparta al più presto. Facile a dirsi ma difficile a farsi e mentre la discussione sul processo da remoto continua, c’è un intero sistema che dal 12 maggio dovrà ripartire.

I provvedimenti emanati dall’inizio dell’emergenza, dal decreto “Tribunali” dello scorso 8 marzo fino al Cura Italia, diffuso dieci giorni dopo, attribuiscono ai capi degli uffici la possibilità di poter organizzare l’attività giudiziaria con tutte le cautele e le misure previste a tutela della salute degli addetti ai lavori e di tutti gli utenti della giustizia.

Ciò determinerà un’ampia discrezionalità in capo ai vertici dei tribunali che dovranno necessariamente tenere conto delle differenze che emergono tra gli uffici giudiziari dei vari distretti e le esigenze territoriali e strutturali.

Cosa accadrà nelle prossime settimane non è ancora chiaro. L’unica cosa certa è che le polemiche di questi giorni sul processo da remoto rischiano di distogliere l’attenzione sui veri problemi del nostro sistema giudiziario.

Così, mentre i vertici delle istituzioni giudiziarie e della politica discutono, in molti distretti mancano connessioni e strumentazioni informatiche tanto che molti magistrati e avvocati rimpiangono il tradizionale, vecchio processo che si celebra in aula.

Di fatto, ognuno utilizza il materiale di cui dispone e quel processo di digitalizzazione, invocato in queste settimane e di cui si parla a vuoto da anni, non lo si può inventare dalla sera alla mattina ma serve una pianificazione, nonché provvedimenti e leggi ad hoc che ora non ci sono.

È vero, c’è lo smart working ma non si può pretendere che uno strumento, di cui fino a due mesi fa non si conosceva nemmeno l’esistenza, all’improvviso diventi la panacea a tutti i mali della giustizia e della pubblica amministrazione.

Il dibattito sul processo da remoto rischia di diventare perfino imbarazzante se si considera che i giudici di pace non dispongono di alcuna piattaforma telematica. Così succede che, ad esempio, l’Ufficio del Giudice di pace di Milano, con i suoi oltre 100mila procedimenti all’anno, sia completamente fermo con la conseguenza del blocco totale delle attività.

Tutto e il contrario di tutto mentre si guarda al 12 maggio con l’auspicio che cambi qualcosa ma con la timore che cambierà poco o nulla.

Si è voluto far credere che la remotizzazione delle udienze potesse essere parte della soluzione mentre ciò che è mancata è stata una programmazione sulle modalità della ripartenza soprattutto in considerazione delle criticità che interessano da tempo la macchina giudiziaria.

Che l’emergenza Covid avrebbe ulteriormente appesantito la condizione già precaria del sistema giustizia era evidente, a cominciare dalla mole di arretrato che l’inattività di queste settimane ha prodotto. Quello che è mancato, e che manca tuttora, è uno sguardo rivolto al dopo, a quel 12 maggio che si avvicina a grandi passi.

Ancora una volta è stata persa un’occasione, quella di definire e programmare un modello di giustizia equa ed efficiente, partendo dalle criticità determinate dall’emergenza in corso che vanno ad aggiungersi a quelle già esistenti.

Senza avventurarsi in discussioni che non portano lontano, la ripartenza del sistema giustizia può e deve cominciare dal rafforzamento degli organici, già notevolmente carenti.

In attesa che i concorsi indetti dal Ministero possano riprendere, c’è già a disposizione un’unica graduatoria, quella degli 838 idonei assistenti giudiziari.

Se si considera che, oltre al rallentamento dell’attività giudiziaria ed amministrativa degli uffici a seguito dell’attuale pandemia, la giustizia, nei prossimi mesi sarà interessata da numerosi pensionamenti anche per effetto “quota 100”, l’urgenza, non più rinviabile, è quella di ripartire proprio da queste assunzioni.

L’emergenza Coronavirus ci sta insegnando, anche se nella maniera più brutale, che è fondamentale valorizzare le competenze e le professionalità di ogni singola risorsa umana.

In queste settimane abbiamo scoperto quanto sia importante una sanità pubblica che funzioni specialmente grazie al lavoro di persone preparate e professionali.

Sarebbe altrettanto importante scoprire che per ripartire, il nostro Paese avrebbe assoluto bisogno anche di una giustizia pronta, certa ed efficiente ma soprattutto di personale qualificato che consenta questa ripartenza.

Per quanto si voglia discutere di digitalizzazione, innovazione o di qualunque altra riforma, il capitale umano resta sempre un pilastro imprescindibile e, a meno che non si voglia condannare un intero sistema all’irrilevanza, ripartire dalle politiche assunzionali rappresenta l’unico passaggio obbligato per restituire dignità ed efficienza al nostro sistema giudiziario.

CORONAVIRUS, DAL 4 MAGGIO AL VIA LA FASE 2. LA GIUSTIZIA, DIMENTICATA E AL COLLASSO, SI PREPARA ALLA FINE DEL LOCKDOWN

Un ritorno alla normalità lento e progressivo nel rispetto di regole inderogabili e con uno sguardo rivolto a quella curva dei contagi che inizia, seppur lentamente, a scendere. A pochi giorni dal 4 maggio il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato il decreto per la fase due.

Ancora non ci sono le condizioni per ripristinare una piena libertà di movimento e, per questo, restano le limitazioni agli spostamenti, con l’eccezione delle visite ai parenti, e all’attività fisica individuale mentre alcune attività produttive come quelle manifatturiere, edilizie, di intermediazione immobiliare e di commercio all’ingrosso, potranno riprendere. Dopo due mesi di blocco pressoché totale, l’Italia prova a ripartire.

Anche il sistema giustizia si prepara alla fine del lockdown ma la ripresa si preannuncia tutt’altro che facile. L’unica certezza, al momento, è rappresentata dallo smart working che sarà utilizzato almeno fino al 30 giugno. Per il resto, il contesto nel quale la macchina giudiziaria sta programmando la ripartenza è alquanto caotico.

La pretesa è stata, e continua ad essere, quella di recuperare nel giro di poche settimane un ritardo tecnologico e culturale per i quali serve un’organizzazione più capillare. Tutte le udienze rinviate dopo il 30 giugno, saranno calendarizzate e ciò determinerà un aumento dell’arretrato di cause e sentenze che renderanno ancora più difficile l’esercizio giurisdizionale determinando ulteriori disparità.

A questo si aggiunge la protesta dei penalisti, decisi a proseguire lo stato di agitazione, nonostante il dietrofront del governo che, subito dopo aver approvato con la fiducia il decreto Cura Italia nel quale, con un emendamento d’urgenza, erano state inserite misure riguardanti il processo da remoto, si è detto pronto a modificare il provvedimento appena entrato in vigore.

È bastato un semplice ordine del giorno dell’opposizione, accolto dalla maggioranza di governo, per rimandare al prossimo decreto la riformulazione della norma sulla smaterializzazione del processo riducendola, di fatto, a pochi casi.

Uno scenario desolante se si considera che, già prima dell’emergenza Coronavirus, le inefficienze e le carenze della macchina giudiziaria erano gravi e numerose.

In queste settimane, la situazione è divenuta più drammatica ma, finora, i rappresentanti della politica che hanno avvertito l’urgenza di intervenire o dire qualcosa di sensato a riguardo sono stati davvero pochi e del Ministro della Giustizia si sono le perse tracce così come delle sue dichiarazioni ad effetto.

Il rischio è quello di un’emergenza nell’emergenza. C’è da chiedersi quale sarà il volto del sistema giudiziario dopo l’11 maggio ma i capi degli uffici giudiziari, costretti a cavarsela da soli, ne hanno già una vaga idea.

Il Tribunale di Roma è il più grande d’Europa e i tempi della ripresa saranno lunghi. A certificarlo sono le linee guida protocollate il 20 aprile, in cui viene scandito il calendario delle udienze fino alla fine del 2020.

Nel settore civile, dal 12 maggio al 30 giugno, verranno trattate le cause urgenti, quindi, sarà la volta di quelle pendenti da più tempo, poi di quelle relative ai diritti fondamentali e, infine, delle cause che in primo grado e in appello non richiedono attività istruttoria o che sono state già istruite. Tutte le altre saranno rinviate dopo il 30 giugno. Per il settore penale, invece, fino al prossimo 11 maggio, saranno trattati solo procedimenti previsti in via telematica.

Appare evidente che, entro la fine di giugno, non potrà esserci una piena ripresa dell’attività giudiziaria e, forse, neanche per settembre. L’unica certezza è data dall’arretrato, difficile da quantificare, che produrrà il processo telematico in termini di udienze rinviate.

A ciò si aggiunge che il Tribunale di Roma, come molti in Italia, da tempo registra gravi carenze di organico con una scopertura che, tra magistrati e personale amministrativo, si aggira intorno al 32%. Mancano tutte le figure indispensabili per garantire un corretto funzionamento degli uffici. Servono cancellieri, assistenti giudiziari, operatori e ausiliari. Una situazione pesante che, con l’emergenza in atto, rischia di diventare ingestibile.

Le difficoltà del palazzo di giustizia della Capitale sono quelle di altri tribunali di provincia o di periferia a cui, spesso, non si dà l’attenzione che meritano ma le criticità sono le stesse, da nord a sud.

Un quadro sconfortante, a cui si aggiungono gli effetti di quota 100 che, nel prossimo triennio, determineranno numerosi pensionamenti dal momento che l’Italia ha il poco invidiabile primato della pubblica amministrazione più anziana fra tutte quelle dei Paesi dell’Unione Europea.

La giustizia che si avvia verso la fine del lockdown è una giustizia a pezzi ma nessuno sembra curarsene. Eppure il sistema giudiziario è un pilastro importante dell’economia di ogni Paese così come la tutela degli diritti e degli interessi delle persone è un altro pilastro fondamentale della società civile.

L’emergenza Covid-19 ha certificato le inefficienze e i limiti di un intero Paese, arrivato impreparato e in ritardo alla prova dello smart working e, nello specifico, ha evidenziato ancora di più le carenze della macchina giudiziaria, nell’indifferenza più totale.

Gli appelli di presidenti di tribunali e corti d’appello, con cui si chiedono nuove assunzioni e un’opportuna ridefinizione delle piante organiche, continuano a cadere nel vuoto.

Forse, soprattutto in questo momento, si ritiene che le priorità siano altre ma anche la giustizia è una priorità e merita un’attenzione specifica. Non serve soltanto un sistema giudiziario che sia pronto a ripartire ma occorre stabilire soprattutto come: finora, però, nessuno, tra chi di dovere, ha ritenuto di pronunciarsi.

La macchina giudiziaria necessita di un nuovo modello di organizzazione che tenga presente l’urgenza di avviare un processo concreto di informatizzazione senza dimenticare la funzione centrale svolta dalle risorse umane che sono quelle che mancano di più e consentono ad un intero sistema di rimanere in piedi e andare avanti.

In questi giorni, invece, si assiste ad un dibattito alquanto stucchevole in cui si discute di tutto fuorché di come tirare fuori il nostro sistema giudiziario dal pantano in cui sta sprofondando.

Il ritratto della giustizia al tempo del Coronavirus è quello di un sistema in caduta libera alla quale nessuno sembra in grado di saper porre un freno.

La sensazione è di essere arrivati ad un bivio di fronte al quale si deve scegliere se organizzare un nuovo modello di giustizia equa ed efficiente, come dichiarato più volte dallo stesso Guardasigilli, oppure condannarla all’irrilevanza. L’auspicio è che, con la fase due, arrivi anche questa consapevolezza ma le premesse non lasciano ben sperare.

EMERGENZA COVID, GIUSTIZIA VERSO LA FASE 2 MA PENALISTI IN RIVOLTA CONTRO I PROCESSI DA REMOTO

In questi giorni, il Governo è al lavoro per pianificare la fase 2 dell’emergenza Coronavirus e delineare la graduale fuoriuscita dal lockdown. Come sarà e che volto avrà non è ancora chiaro ma, di certo, sarà all’insegna della ricerca di nuovi equilibri che cambieranno definitivamente le nostre abitudini quotidiane.

Nella fase 1, la necessità è stata quella di mettere d’accordo l’urgenza di tutelare la salute e la sicurezza delle persone con quella di continuare a garantire i servizi indifferibili.

Nella fase 2, l’obiettivo principale sarà quello di bilanciare le esigenze di sicurezza e salute di studenti, lavoratori e pensionati con la necessità di evitare ricadute economiche maggiori.

Equilibri che cambiano di poco ma che hanno stravolto la tradizionale quotidianità specie nel lavoro e nella didattica a distanza. In comune lo smart working, strumento attraverso il quale il Governo ha disposto che venissero garantiti, per quanto possibile, i servizi indifferibili ai cittadini.

Una vera scoperta, visto che il telelavoro esiste già da tempo, a fronte di una disciplina specifica in materia, prevista dall’art. 3 del Decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 70. Il riferimento all’incentivazione di telelavoro e smart working nell’ambito delle pubbliche amministrazioni e fra le aziende, invece, richiama direttamente il percorso indicato dall’art. 14 della legge 124/2015 del 7 agosto.

Infine, la direttiva n. 3/2017 del Presidente del Consiglio dei Ministri contiene le linee guida inerenti all’organizzazione del lavoro e finalizzate a promuovere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti.

Eppure, prima dell’emergenza Coronavirus, lo smart working era poco utilizzato soprattutto nella pubblica amministrazione ma, nel giro di due mesi, è divenuto uno strumento destinato ad avere un ruolo centrale anche nella fase della ripresa.

Il Ministro della Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, ha dichiarato che saranno fatti tutti i passi necessari per portare l’utilizzo dello smart working al 30 o 40% del personale. Ovviamente, bisognerà lavorare anche su una digitalizzazione che non è mai decollata. Il discorso, però, non è applicabile a tutti i comparti del pubblico impiego.

Per la giustizia c’è da fare un ragionamento a parte. I tribunali sono fermi dallo scorso 8 marzo ed il ponte sospensionale continuerà fino al prossimo 11 maggio.

A garantire la continuità delle attività essenziali c’è il personale amministrativo che opera mediante smart working oppure, a rotazione, tramite i presidi ma le conseguenze si fanno già sentire specialmente nel settore penale.

D’accordo la ripartenza, ma è necessario anche salvaguardare la giurisdizione, cercando il giusto equilibrio fra la tutela della salute di tutti gli operatori della giustizia e dei cittadini, con regole in grado di continuare ad assicurare diritti e garanzie, non comprimibili neanche in una fase di emergenza come quella attuale.

È la richiesta dell’Unione Camere Penali Italiane, la cui Giunta è convocata in riunione permanente da alcuni giorni e che ha espresso la propria contrarietà ad ogni forma di smaterializzazione del processo.

Dopo l’11 maggio l’attività dovrà riprendere ma tenendo presente come punto di riferimento l’effettivo funzionamento della macchina giudiziaria, compatibilmente con la necessità di garantire la disponibilità degli strumenti di protezione e le misure di distanziamento sociale.

Al tempo stesso, però, non possono essere ignorate le fondamentali caratteristiche strutturali del giusto processo penale che necessitano di essere salvaguardate.

I vertici delle istituzioni giudiziarie, tra cui il Consiglio Nazionale Forense, sono concordi nel ritenere che l’attuale fase di emergenza non può tradursi nello stravolgimento dei principi che disciplinano il giusto processo.

La ripresa dell’attività giudiziaria deve essere attuata nella misura più ampia possibile, garantendo la salute di tutti gli operatori della giustizia e dei cittadini che ne sono destinatari.

Preoccupano anche le difficoltà per il personale delle cancellerie che opera in smart working e che non è in grado di adempiere a determinati atti.

Le forme di lavoro agile, infatti, non consentono il collegamento da remoto ai registri informatici se non dai dispositivi presenti nel medesimo ufficio. I dipendenti non sono messi nelle condizioni di eseguire le ordinarie mansioni a loro attribuite e di espletare gli adempimenti necessari alla continuità e completezza del servizio.

Il momento, insomma, è delicato e non solo per l’emergenza in atto. Gli effetti del Covid-19 hanno amplificato in maniera esponenziale le inefficienze di un sistema che, da anni, fa fatica ad andare avanti. Mancano connessioni, personale amministrativo, magistrati, strumentazioni informatiche e, spesso, si lavora ancora sul cartaceo. Anche per questo, “remotizzare” la giustizia è impossibile.

Purtroppo, in questa fase di ripartenza, anche la risposta che il nostro sistema giudiziario potrà dare sarà carente perché la sospensione di ogni attività, che richiederà una calendarizzazione di tutti i procedimenti sospesi, rallenterà ulteriormente la risposta a quella domanda di giustizia che, invece, dovrebbe essere celere e tempestiva.

Basti pensare all’accumulo dell’arretrato di cause e sentenze che renderanno ancora più difficile l’esercizio giurisdizionale generando ulteriori disparità.

La questione giustizia, messa da parte di fronte all’emergenza sanitaria ed economica, è di fondamentale importanza perché riguarda i diritti delle persone e la loro possibilità di vedere garantita la certezza del diritto.

Questo è un settore al quale dedicare un’attenzione specifica e la paralisi giudiziaria di queste settimane rischia di costare molto cara al nostro Paese.

La giustizia ha bisogno di una rivoluzione digitale e di informatizzare i suoi uffici ma, più in generale, necessita di una riforma strutturale, complessiva, che tenga conto soprattutto del contributo fondamentale delle risorse umane.

Finora, nel dibattito sulla giustizia 2.0, la centralità di quel personale amministrativo, poco valorizzato e che già prima dell’emergenza in atto, ma ancor di più oggi, sta permettendo alla giustizia di restare in piedi, è stata scarsamente considerata.

La fase della ripresa dovrebbe coincidere con l’opportunità di riorganizzare il sistema giudiziario, partendo dalle fondamenta e cioè da nuove assunzioni di personale qualificato, in grado di attuare il processo d’informatizzazione di cui si parla da tempo.

L’emergenza di queste settimane, per quanto orribile e surreale, ci sta offrendo l’opportunità di pensare ad una società migliore. A chi di dovere, il compito di cogliere questa strana e inspiegabile possibilità.

ITALIA IN QUARANTENA FINO AL 3 MAGGIO E GOVERNO AL LAVORO PER LA FASE 2. ANCHE LA GIUSTIZIA PIANIFICA LA RIPARTENZA

L’Italia resta ferma fino al 3 maggio. Nel corso di una conferenza stampa il Presidente della Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha ufficializzato la decisione del Governo di prorogare di altre tre settimane le misure restrittive messe in campo per fronteggiare l’emergenza Covid-19 e contenute nel Dpcm firmato il 10 aprile.

L’Esecutivo ha scelto la via della cautela, rinnovando le misure di contenimento e le limitazioni agli spostamenti già adottate in precedenza.

Tuttavia, il nuovo decreto, a partire dal 14 aprile, ha autorizzato la riapertura di cartolerie, librerie, dei negozi di abbigliamento per bambini e neonati e, tra le attività produttive, ripartono quelle legate alla silvicoltura e all’industria del legno. Tra le riaperture incluse nel Dpcm, è prevista anche quella degli studi professionali, compresi quelli legali.

Restano bloccate tutte le altre attività produttive, si prosegue con la didattica a distanza, la pubblica amministrazione e il sistema giustizia vanno avanti con lo smart working. Tutto fermo, insomma, ma si pensa già alla ripresa tra mille difficoltà ed incognite.

Il sistema giudiziario è paralizzato dallo scorso 8 marzo quando, con l’approvazione del DL 11/2020 è stato disposto il rinvio di tutte le udienze fino al 22 marzo, termine prorogato al 15 aprile dal decreto Cura Italia e, infine, esteso al prossimo 11 maggio dal decreto Liquidità. Il Covid-19 ha messo un freno alle attività dei tribunali e non solo.

È vero, in queste settimane, molti uffici giudiziari si sono attrezzati per consentire, nel limite del possibile, che le attività potessero proseguire, seppur con le necessarie restrizioni. Ognuno ha fatto di necessità virtù, sfruttando al massimo i vantaggi della tecnologia ma l’attività degli uffici è ridotta al minimo. Di fatto, vanno avanti i procedimenti non sospesi dal decreto Cura Italia.

Nel settore civile, proseguono le cause relative ad alimenti e tutti quei procedimenti cautelari che riguardano la tutela di diritti fondamentali della persona mentre nel settore penale si prosegue con le convalide d’arresto e con i processi chiesti dai detenuti in custodia cautelare.

Anche i tribunali dei minorenni continuano le loro attività per quanto riguarda le cause relative alle dichiarazioni di adottabilità, agli stranieri non accompagnati, a quelli allontanati dalla famiglia e, più in generale, a tutte quelle situazioni considerate di grave pregiudizio.

Ogni distretto si è organizzato tenendo conto delle proprie esigenze, del personale e delle strumentazioni informatiche a disposizione.

Per portare avanti i procedimenti civili urgenti, la Corte d’Appello di Roma, ha deciso di affidarsi alla trattazione scritta mentre non si tengono udienze in videoconferenza per mancanza di strumenti tecnologici ampiamente utilizzati, invece, nel penale. In questo periodo di sospensione il numero delle cause che avanti è stimabile intorno al 15% degli affari.

A Brescia, una delle città più colpite dall’epidemia, la maggior parte delle udienze relative a convalide di arresti e giudizi per direttissima viene svolta da remoto e per il processo dibattimentale viene utilizzata la videoconferenza.

A Palermo si lavora a ranghi ridotti soprattutto su convalide di arresto e di fermo da remoto mentre tutto il resto è sospeso.

A Milano, nonostante qualche difficoltà iniziale, si lavora da remoto soprattutto per smaltire il pesante carico di arretrato ma si pensa già alla ripartenza, seppur con qualche timore per il settore penale.

In particolare, preoccupano le difficoltà, per il personale amministrativo in smart working, di depositare gli atti da remoto; un impasse che potrebbe ritorcersi su un sistema già provato, oltre che dall’emergenza Coronavirus, dalle numerose carenze negli organici.

La giustizia al tempo del Covid-19, cammina a più velocità. Ci sono tribunali, come quello di Latina, dove l’emergenza ha paralizzato ogni attività, in una realtà già pesantemente penalizzata per la mancanza di personale.

La dotazione organica degli amministrativi è rappresentata da 152 dipendenti ma ne risultano in servizio 116, con una scopertura del 24% e le udienze sono state rinviate a dopo l’estate e, in alcuni casi, addirittura all’anno prossimo.

A causa dell’emergenza molti distretti che nell’ultimo anno avevano migliorato la propria produttività, nonostante le gravissime carenze negli organici, ora hanno rallentato ogni attività. La ripresa sarà lenta, graduale e molto complessa.

Dal 20 aprile, il settore civile del Tribunale di Torino riprenderà la maggior parte delle proprie attività anche grazie ad un protocollo siglato dall’Ordine degli Avvocati del capoluogo piemontese e dal presidente del Tribunale. Si tenta, così, di riprogrammare un’attività giudiziaria che il lockdown ha quasi completamente paralizzato.

Il Tribunale di Roma ha cominciato a pianificare la ripresa ancora prima che il decreto Liquidità prorogasse il rinvio delle udienze al prossimo 11 maggio. Il Presidente, Francesco Monastero, che più volte ha fatto presente le gravi scoperture di personale negli uffici giudiziari capitolini, intende riavviare ogni attività quanto prima.

L’obiettivo è quello di iniziare ad accrescere la presenza dei dipendenti negli uffici mentre, successivamente, si inizierà a calendarizzare le udienze, cercando di far confluire meno persone possibili nei palazzi di giustizia. Si prevede, così, la ripresa delle attività dei tribunali vicina al 50% fino a un massimo di 3-4 udienze per sezione, in modo tale da non creare inutili assembramenti.

Immaginare una ripresa è molto difficile. In generale, pensare a un dopo è complicato perché ormai è chiaro a tutti che ogni quotidianità è stata stravolta e tornare alle vecchie abitudini sarà pressoché impossibile.

Il Covid-19 ha resettato ogni stile di vita e ora che, seppur con ogni cautela, ci si interroga su un’eventuale ripresa, sarà necessario ripartire da zero. Questo vale per la vita delle persone ma anche per le attività produttive di ogni Paese finanche per il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, del sistema sanitario e giudiziario.

L’auspicio è che questo cataclisma costituisca, almeno, l’occasione per riorganizzare e ridefinire tutti i settori strategici della nostra economia, di cui la giustizia, che sta vivendo una profonda crisi soprattutto a causa delle carenze di organico, è un pilastro fondamentale.

Sarà necessario fare dell’utilizzo della tecnologia una regola, mettendo tutti i distretti nelle condizioni di poter operare nella stessa maniera e con le stesse tempistiche.

Tutto ciò non potrà essere attuato senza una riorganizzazione di tutti gli uffici giudiziari attraverso le opportune assunzioni di personale qualificato soprattutto nell’utilizzo di strumentazioni telematiche. Indispensabile, e non più rinviabile, diventerà rafforzare ogni profilo ritenuto strategico e procedere alla ridefinizione delle piante organiche, molte delle quali inadeguate e obsolete, come chiedono da tempo presidenti di tribunali e corti d’appello.

La giustizia necessita di una riforma complessiva che può essere realizzata con il contributo di tutti coloro che vi operano e, in questi giorni di cauto ottimismo in cui si tenta di immaginare un dopo, sarà opportuno iniziare a fare anche queste valutazioni.

EMERGENZA COVID-19, UDIENZE SOSPESE FINO AL PROSSIMO 11 MAGGIO. A RISCHIO LA RIPRESA, TRA PERSONALE INSUFFICIENTE E ACCUMULO DELL’ ARRETRATO

La giustizia italiana resta ferma. Il 6 aprile il Consiglio dei Ministri ha prorogato fino al prossimo 11 maggio la sospensione delle attività di tribunali e uffici giudiziari su tutto il territorio nazionale.

Il provvedimento è inserito nel cosiddetto DL “Liquidità” che introduce misure urgenti in materia di accesso al credito e rinvio di adempimenti per le imprese, nonché di poteri speciali nei settori di rilevanza strategica.

Per la giustizia, nello specifico, il decreto prevede lo spostamento dal 15 aprile, già disposto dal DL Cura Italia del 17 marzo, del termine concernente il rinvio d’ufficio delle udienze dei procedimenti civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari, fatta eccezione per quelli urgenti per cui valgono le disposizioni contenute nel decreto Cura Italia.

È prevista, altresì, la sospensione del decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto relativo a indagini preliminari, adozione di provvedimenti giudiziari e deposito della loro motivazione, proposizione degli atti introduttivi del giudizio e dei procedimenti esecutivi, impugnazioni e, in generale, tutti i termini procedurali.

Abbiamo valutato di attuare questa misura, sentiti anche gli addetti ai lavori, per tutelare la salute di tutti gli utenti della giustizia ed essere pronti a ripartire” ha commentato il ministro Bonafede.

Sulla decisione assunta dal governo, è stata determinante la posizione dell’Associazione Nazionale Magistrati che, con un comunicato della Giunta esecutiva centrale indirizzato al Guardasigilli, chiedeva “l’adozione urgente di atti normativi che dispongano la proroga d’un regime che prevede la trattazione dei soli affari non differibili”.

La richiesta era quella di intervenire in maniera tempestiva in modo da consentire la programmazione delle attività giudiziarie, “per un periodo congruo con le previsioni relative agli altri servizi essenziali” ma soprattutto al fine di garantire “una disciplina uniforme sul territorio nazionale, dettata per legge e non rimessa ai provvedimenti dei dirigenti dei singoli uffici giudiziari, dirigenti che vanno altresì orientati nell’adozione dei protocolli utili per avviare le attività nella seconda fase che seguirà alla sospensione”.

Secondo l’Anm sarebbe opportuno definire in maniera meno flessibile e con gli strumenti idonei il regime successivo, previsto dall’11 maggio al 30 giugno. In poche parole, diventa indispensabile stabilire soluzioni tecnologiche praticabili per celebrare i processi in via telematica.

Quel che è certo è che, a questo punto, il ricorso alla giustizia digitale diventa un tema centrale da cui non si può più prescindere. E pensare che, fino a qualche mese fa, intorno alla digitalizzazione le incertezze e le titubanze erano ancora tante.

Ora, invece, quel processo sembra quasi normale e il balbettio di un Paese rimasto sordo per anni dinanzi ai vantaggi della rete, si è trasformato in un imperativo categorico dinanzi ad un nemico sconosciuto e beffardo.

L’emergenza da Covid-19 ha spinto al ricorso della telematica, questo è vero, ma le difficoltà sono tante, anche di natura amministrativa.

In un’intervista del 28 marzo, rilasciata al quotidiano “Il Dubbio”, il Capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi presso il Ministero della Giustizia, Barbara Fabbrini, ha sottolineato l’importanza dell’utilizzo dello smart working e di aver saputo creare logiche organizzative replicabili su tutto il territorio.

Insomma, la risposta da parte degli uffici giudiziari è stata ottima e l’emergenza Coronavirus è riuscita laddove non erano riusciti neanche le norme e i confronti con i sindacati, ma le difficoltà restano.

La principale consiste nell’impossibilità per il personale delle cancellerie che lavora in smart working di accedere ai registri civili e penali. Ciò determina il blocco di ogni attività giudiziaria poiché il personale di cancellerie e segreterie opera con dei presidi che non riescono a farsi carico degli atti depositati da magistrati e avvocati.

Ogni distretto fa quello che può e quando sarà avviata la seconda fase, spetterà a presidenti di tribunali e procuratori capo, sentiti Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e autorità sanitarie, decidere su come gestire il sistema giudiziario con il rischio, concreto, di una giustizia a più velocità.

Nonostante gli uffici giudiziari abbiano adottato, con i loro tempi e risorse, gli opportuni provvedimenti, nei palazzi di giustizia italiani si è assistito ad un inevitabile “fai da te” da parte di dirigenti, funzionari, personale amministrativo e magistrati. Per una volta, non è colpa delle lungaggini della giustizia, ma di un nemico invisibile e subdolo che sta costringendo un intero Paese a fare i conti con i propri limiti.

L’impressione è di essere arrivati a un bivio. L’emergenza ha improvvisamente costretto ad accelerare l’innovazione al punto tale che, ora, tornare indietro sembra quasi impossibile.

Resta il fatto che in questi giorni, ancora una volta, a fare in modo che le attività essenziali degli uffici vadano avanti, per quanto possibile, c’è sempre il personale amministrativo che opera tramite smart working o, a rotazione, mediante presidi e già ci si chiede quale sarà la giustizia che ci restituirà questa emergenza ma, soprattutto, in quali condizioni.

Le persone che si stanno spendendo in questa fase di emergenza sono le stesse che, tra mille difficoltà, mandano avanti il sistema giudiziario nella sua attività ordinaria. Adesso è anche peggio e i capi degli uffici giudiziari, nell’organizzazione del lavoro, sono costretti a fare i conti con il capitale umano che hanno, anzi, che non hanno a disposizione.

Senza dubbio la sospensione delle udienze avrà effetti negativi su un sistema giudiziario già di per sé lento e appesantito. Il rischio è che, dopo l’11 maggio, si verrà a creare un accumulo di cause sospese che sarà difficile smaltire e il cammino verso la normalità sarà lungo.

In attesa di capire che volto avrà la giustizia al tempo del Coronavirus, sarà opportuno iniziare a pianificare un nuovo sistema giudiziario, ripartendo dal quelle risorse umane senza le quali non è possibile parlare nemmeno di digitalizzazione.

In questi giorni, il Guardasigilli Bonafede, non ha mancato di far sentire il suo sostegno a tutti coloro, personale amministrativo in primis, che si stanno adoperando per garantire i servizi essenziali: è giusto e anche doveroso ma il modo migliore per riconoscere e valorizzare il lavoro di chi si spende e si espone in prima persona è anche quello di rafforzare quel capitale umano che già opera negli uffici giudiziari, intervenendo con ulteriori assunzioni ancora prima che venga avviata la ripresa.

La cosiddetta “fase 2” deve iniziare con un drastico cambio di passo di cui la giustizia necessita da anni, quella stessa giustizia che, a prescindere da qualsivoglia svolta digitale, sta resistendo all’emergenza con un personale insufficiente e che, senza le opportune assunzioni, non potrà reggere ancora a lungo.